Dirottiamo il Futuro

Dirottiamo il Futuro

by / Commenti disabilitati su Dirottiamo il Futuro / 5 View / 9 gennaio 2011

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“io non credo si tratti di Utopia: il mondo che abbiamo costruito sta per esplodere, sta diventando intollerabile per un numero sempre crescente di persone, più orribile e più distruttivo, soffocante. Coloro che traggono beneficio dalla sua perpetuazione lo sanno e sono preparati, la loro legislazione è pronta, le loro forze sono pronte: potremmo allora avere un’altra controrivoluzione preventiva senza una rivoluzione!

E qual’è la vostra parte in tutto questo? E’ parte del problema o della sua soluzione. Per voi questa è ancora una scelta: una volta immersi nel lavoro, nella ricerca dei mezzi di sussistenza, potreste essere troppo vecchi, troppo stanchi, troppo soddisfatti! Voi potete ancora scegliere.”

Herbert Marcuse – discorso agli studenti – Università di San Diego – 1969

Da anni in Italia una controrivoluzione ha chiuso le porte in faccia alla democrazia e ai diritti sociali. La trasformazione profonda della Costituzione materiale, lo svuotamento del Parlamento, la trasformazione del sistema politico, sono tasselli fondanti della “guerra totale alla società”.

Da anni, infatti, la democrazia italiana non c’è più, sostituita da posticce macchine del consenso e discutibili tornate elettorali. Il 14 dicembre 2010, con la compravendita della fiducia, equivale all’aver notificato la fine della democrazia in Italia.

In questo contesto sono molti i temi da affrontare, ma, senza dubbio, la crisi democratica ci costringe a interrogarci sull’efficacia e il senso delle lotte che conduciamo, sulle prospettive del movimento studentesco e sulle sue possibilità di vittoria.

Siamo in un sistema politico bloccato, nel quale sembra essere saltata ogni mediazione tra istituzioni e società civile, il fossato tra Parlamento e istanze sociali non è mai stato così ampio. A descrivere ciò è l’istantanea del 22 dicembre: il Parlamento presidiato da una enorme zona rossa, i cittadini che scappano dal centro, i negozi chiusi, le risse nel Senato, e dall’altro lato un enorme corteo che delegittimando i Palazzi del Potere si incammina, in direzione ostinata e contraria, verso le periferie romane, tra gli applausi della cittadinanza

Le guerre in Medioriente e la crisi economica da un lato, il movimento altermondialista e per la pace dall’altro avevano palesato quanto fosse superata ogni ipotesi di fine della storia. La chiusura della stagione dei movimenti seguita a Seattle e Genova aveva fatto proseguire la storia solo in una direzione. La trasformazione dei processi decisionali e di governance globale e l’assenza di orizzonti teorici sembravano aver reso impossibile la ripresa di movimenti sociali che non fossero legati al qui ed ora, che non fossero “solo” lotte territoriali, sembrava non ci fosse spazio per una grande mobilitazione generale che unisse anche le vertenze e le mobilitazioni locali e particolari.

Il movimento studentesco è riuscito a fare ciò, ha riaperto uno spazio di possibilità, se non addirittura di vittoria.

Non si può però eludere un nodo: il 23 dicembre la riforma Gelmini è stata approvata. Molti giornalisti, pochi studenti si son detti: “il movimento studentesco ha perso”. Nulla di più falso.

Solo chi ha una concezione del movimento come qualcosa di microvertenziale e di corto respiro può pensare ad una sconfitta.

L’Onda fu parzialmente sconfitta: il suo obiettivo miope era bloccare la 133/08. Non ci riuscì. Ma fu parzialmente sconfitta perché in quel “noi la crisi non la paghiamo” c’erano le basi della grande vertenza sul futuro lanciata dagli studenti due anni dopo. Senza l’Onda noi non saremmo quel che siamo.

Ma in un Paese in cui sono saltati tutti gli elementi di mediazione istituzionale e tra le parti sociali, con un Parlamento e una maggioranza che non sanno e non vogliono ascoltare, serve interrogarsi sul senso della sconfitta e della vittoria.

Il tempo della vittoria non si misura oggi, qui ed ora. Sbaglia chi pensa che si possa oggi vincere una battaglia con questo parlamento. E’ possibile vincere vertenze e lotte sul piano territoriale, nelle facoltà, negli atenei, nei Comuni e nelle Regioni: dal diritto allo studio alla mobilitazione sugli statuti di ateneo nella fase di applicazione del DDL. Ma a livello nazionale e internazionale serve una mobilitazione generale che delinei un’altra idea di società e non si incagli sui singoli provvedimenti di legge.

Non rimanere incagliati su una battaglia “o vittoria o morte” su un disegno di legge è oggi fondamentale per non farsi dettare temi e tempi dalla politica di Palazzo, ma serve anche riuscire a determinare i propri tempi e i propri temi. Per questo serve da subito rilanciare il percorso dell’AltraRiforma, oltre ogni steccato identitario, e che la proposta di una riforma dell’università, capace di coniugare concretezza e radicalità, diventi piattaforma permanente del movimento studentesco.

Il tema del futuro di una intera generazione, declinato dal punto di vista sociale, è la chiave con cui riaprire una fase larga di mobilitazione che coinvolga il mondo del lavoro ricattato da un modello economico fondato sul ricatto, i cittadini indignati per la corruzione del nostro sistema politico, i trentenni che per primi sperimentano la precarizzazione totale della propria vita.

E’ possibile vincere mettendo il proprio cammino di lotte a disposizione di un grande movimento sociale che abbia l’ambizione di poter trasformare la società, a partire da questa Italia, a partire da quel che siamo, mettendo in gioco ciò che saremo, aggredendo il tempo, qui ed ora.

Scriveva sempre Marcuse “ finché l’università e l’intero sistema culturale continueranno a soccombere alle esigenze dello status quo e alla sua efficiente riproduzione, la critica dovrà essere condotta, al di là delle aule e al di là dello studio, nella realtà esterna.”

Nel documento dell’assemblea nazionale studentesca svoltasi il 1 agosto 2009 a Riot Village scrivevamo: “Il metalmeccanico di Pomigliano ha chiesto “al meglio della sua faccia una polemica di libertà”, rifiutando il ricatto e affermando che ci sono diritti indisponibili. I ricercatori, precari e sfruttati, hanno svelato quanto corta fosse la coperta che cercava di mascherare il vuoto della non-università, rifiutando i carichi didattici, dichiarando di essere indisponibili.” Stabilendo fin da subito un nesso tra queste forme di indisponibilità al ricatto, evidenziando la capacità di esprimere un rifiuto avevamo individuato l’elemento fondante di questa ribellione: definire un altro mondo possibile a partire da una negazione dell’attuale, affermare la necessità di abolire l’ineluttabile.

La crisi ha rivelato quanto fosse corta la coperta, quanto fosse grande la menzogna, “pensavano fosse granito e invece era pietra pomice”.

Si è disvelato il grande inganno. “Accedendo alla grande distribuzione – scrive Vaneigem – il lavoratore ha indossato il vestito della domenica, salvo poi accorgersi che la settimana non aveva fine”.

La mobilitazione per il futuro di una intera generazione interroga il tema del tempo in tutta la sua complessità, dalla necessità di cambiare il presente, qui ed ora, fino alla questione dei tempi di vita e di lavoro, e quindi dell’organizzazione sociale e del modello di sviluppo.

In Italia, la peggior classe dirigente di sempre, una classe dirigente incapace, avida e corrotta, ha preparato per noi il peggiore dei futuri possibili. C’è un treno, destinazione futuro, i cui binari portano ad uno strapiombo mortale. Dirottiamo il futuro. Riscriviamolo.