provabanner2-01

Come Studenti Indipendenti  – LINK siamo candidati col fine di portare avanti le battaglie che in questi anni abbiamo affrontato anche in Consiglio Nazionale Studenti Universitari per difendere i diritti degli studenti a partire dal Diritto allo Studio, al diritto all’accesso e alle tutele nel passaggio tra la formazione e il lavoro. Proprio a partire dalle campagne che abbiamo condotto in questi anni abbiamo elaborato un’ idea di università che abbiamo chiamato proprio ‘Nuova Università’ per sottolineare quanto all’università serva un nuovo slancio per tornare a rivestire il suo ruolo in questo paese. A partire dalle battaglie per il diritto allo studio, che hanno condotto alla vittoria dell’innalzamento delle soglie Isee e ispe, e dalla promozione, assieme ad altre realtà, della campagna ALL IN per una nuova legge per il diritto allo studio, vogliamo portare in CNSU la forte richiesta dell’abolizione dell’Ispe e l’istituzione di una NO TAX area. Infine continueremo ad occuparci delle tutele e dei diritti degli studenti che si apprestano ad accedere al mondo della pratica, della specialità, dei tirocini, dell’abilitazione all’insegnamento e del dottorato. Poichè crediamo che uno studente sia prima di tutto un cittadino in formazione affrontiamo in questo programma tutte le questioni che devono interessare un cittadino, dalla sostenibilità ambientale dei nostri atenei alla lotta alle mafie e ai sistemi di potere, dalla contrapposizione senza se e senza ma a tutte le discriminazioni di genere e orientamento sessuale alla necessità di rendere i nostri atenei avamposti di accoglienza per chi fugge dal proprio paese e cerca una nuova vita nel nostro.

lanuovauniversità
Senza titolo-1
Senza titolo-1

IL PROGRAMMA

In questi anni si sono avvicendate politiche che hanno smantellato il sistema universitario, provocando i danni maggiori agli atenei del Mezzogiorno. Il forte ridimensionamento e persino la chiusura di molteplici corsi di laurea, uniti all’esodo di studenti dagli Atenei del sud, che hanno registrato un crollo del 14 % di immatricolati, dimostrano come il sistema universitario stia diventando sempre più chiuso ed elitario. In questo contesto socio – economico di prolungata crisi, l’Università dovrebbe essere il luogo in cui tutti hanno eguali opportunità in partenza, deve essere strumento di emancipazione e mobilità sociale, al contrario non può essere inaccessibile ed elitario.

Per questo chiediamo:

– Ridefinizione dei LEP (Livelli Essenziali delle Prestazioni per l’accesso al Diritto allo Studio universitario). Sebbene la definizione dei LEP sia prevista dal D.P.C.M. del 9 aprile 2001 e successivamente dal D.lgs. 68 del 2012 ad oggi ancora manca il decreto attuativo di questi provvedimenti. Dopo le nostre insistenti richieste è stato attivato un tavolo ministeriale con il fine di determinare i LEP. Ci batteremo all’interno del CNSU affinchè essi siano determinati calcolando il contenuto della borsa di studio in modo da considerare i costi realmente affrontati dagli studenti, con criteri rispondenti ai loro bisogni e prevedendo requisiti di accesso più ampi.

– Borsa di studio e non rimborso spese: crediamo sia fondamentale stabilire dei tempi certi entro cui deve essere erogata la borsa di studio ed anticiparli all’inizio dell’anno accademico. La borsa di studio deve essere funzionale e non può diventare un mero rimborso delle spese già sostenute durante l’anno!

– più studenti idonei: crediamo che sia fondamentale l’innalzamento della soglia ISEE per la borsa di studio a 23.000 euro in tutte le Regioni, contestualmente chiediamo l’abolizione dell’ISPE, che ha determinato l’esclusione di migliaia di studenti dai benefici del DSU a seguito dell’entrata in vigore della nuova normativa ISEE.

– mai più idonei non beneficiari: vogliamo la copertura totale delle borse di studio, attraverso un maggiore finanziamento statale destinato al diritto allo studio, commisurato al fabbisogno complessivo. È fondamentale eliminare la figura dello studente idoneo non beneficiario (cioè che soddisfa i criteri di reddito e di merito per essere idoneo alla borsa di studio ma non la riceve per mancanza di fondi), anomalia italiana che rappresenta una vera e propria negazione del diritto allo studio e un ostacolo all’accesso alla formazione.

– diritto all’abitare: vogliamo posti alloggio sufficienti per tutti gli studenti idonei fuori sede, aumentando il numero di residenze e riutilizzando gli immobili abbandonati. Crediamo che sia fondamentale promuovere interventi volti all’erogazione di contributi agli studenti con contratto regolare per sostenere le spese del canone di locazione e una politica di contrasto al nero nel mercato degli affitti volta a tutelare gli studenti che denunciano la mancanza del contratto d’affitto.

– welfare studentesco: vogliamo promuovere degli interventi volti a migliorare il sistema di welfare tuttora esistente, per garantire servizi migliori e più accessibili. Per questo chiediamo un sistema di trasporto a costi agevolati e rispondente alle esigenze degli studenti, interventi mirati alla riduzione del costo dei pasti e dell’accesso alla cultura.

– borsa servizi: vogliamo l’introduzione della borsa servizi, per consentire agli studenti con reddito fino a 28.000 euro l’accesso alla borsa di studio, di usufruire di trasporto e pasti, in modalità differente a seconda che siano in sede, pendolari o fuori sede.

– internazionalizzazione: il contributo di mobilità non può essere considerato solo un’integrazione, ma una borsa di studio vera e propria borsa da erogare in concomitanza con il periodo di studio trascorso all’estero. È fondamentale promuovere esperienze di formazione e crescita personale all’estero, favorendone l’accesso a tutti gli studenti e non solo a chi si trova in condizioni economiche tali da poterne sostenere i costi.

– assistenza sanitaria: gli studenti che alloggiano in un luogo diverso da quello di residenza riscontrano grosse difficoltà ad ottenere un medico di base o una visita specialistica nella città in cui studiano. Per questo motivo chiediamo che siano promossi, anche tramite il CNSU, degli strumenti che rendano possibile l’iscrizione all’azienda sanitaria della città dove lo studente compie il proprio percorso di formazione.

Tutte queste proposte, e non solo, sono contenute nella Legge di Iniziativa Popolare (testo: http://goo.gl/QPWl2Y) per cui stiamo raccogliendo le firme attraverso la campagna “All In”, qualora raggiungeremo le 50.000 firme ci batteremo anche in CNSU affinchè la Proposta di Legge sia calendarizzata e approvata dal Parlamento.

Con la Nuova Università abbiamo individuato come obiettivo di lungo periodo da perseguire quello della gratuità dell’istruzione universitaria, principio che è già realtà in molti paesi europei, ma purtroppo inesistente nel dibattito sull’università italiano.
Per arrivare a questo obiettivo crediamo che innanzitutto sia necessaria una regolamentazione nazionale dei sistemi di contribuzione degli atenei in modo da uniformarne i criteri e renderli maggiormente equi.

Ecco i principi che proporremo di introdurre attraverso il CNSU:

– No Tax Area per tutti coloro che hanno ISEE inferiore ai 28000 mila euro, in modo da esentare dalle tasse circa il 39% degli studenti, per garantire davvero a tutti la possibilità di iscriversi all’università e contrastare gli abbandoni, che sono più frequenti proprio in questa fascia di reddito;

– Uniformare i sistemi contributivi ai principi di continuità e di progressività, in modo che a una differrenza di reddito minima non determini un aumento improvviso della tassazione, e che chi ha maggiori disponibilità economiche contribuisca in proporzione maggiormente rispetto a chi è in condizioni di difficoltà;

– Istituire un massimale unico per tutte le università italiane, per fermare la deriva che si sta creando tra università di serie A, con una tassazione che supera in alcuni casi i 3000 euro l’anno e una didattica fortemente attrattiva per gli studenti, e università di serie B, impossibilitate a mantenere alti standard di qualità e conseguentemente richiedere una tassazione elevata;

– Abolire ogni differenziazione della tassazione basata sul “merito”, o sul corso di studi frequentato; la contribuzione studentesca è per l’appunto un “contributo” al funzionamento dell’università e non deve quindi essere utilizzata per premiare o punire gli studenti in base ai risultati che ottengono nel proprio percorso universitario; deve quindi essere abolita ogni penalizzazione per gli studenti fuoricorso.

Tutti questi interventi non potranno ovviamente essere a carico degli atenei, è necessario quindi un aumento dei trasferimenti dallo stato agli atenei, allo scopo di reintegrare le risorse perse a causa di questi interventi; le risorse necessarie per attuare questi interventi devono essere previste all’interno del Fondo di Finanziamento Ordinario alle università.

per approfondire, leggi la nostra proposta completa sulla contribuzione studentesca “Don’t tax me now” : http://goo.gl/clfrAv .

Centinaia di migliaia di studenti vivono e studiano in città diverse da quelle di residenza e non hanno alcuno strumento per autodeterminare i loro luoghi di vita. Riteniamo necessario conferire  autonomia  ai  soggetti  in  formazione,  riconoscendo  il valore  sociale,  culturale  e  produttivo  che  i  suddetti  portano  alle città  e  slegando  dal vincolo  della  residenza  la  possibilità  di  votare alle elezioni e accedere ai servizi: conservando le restrizioni attuali  si  rischia  infatti  di  escludere  dalla  gestione  pubblica  una  parte  di popolazione attiva e capace di incidere in maniera virtuosa sulle prospettive di sviluppo della città.

Non  si  può  ignorare  la  realtà degli studenti, sempre più  spesso costretti a rinunciare a vivere nelle proprie città natali per completare la loro formazione, e al contempo privi, in quanto “fuorisede”, dalla possibilità di incidere politicamente, socialmente e culturalmente nella scena pubblica e collettiva delle città in cui effettivamente vivono.

È  importante  quindi  da un lato inserire  nel  sistema  di  welfare  municipale  i  soggetti  in  formazione  in quanto tali e dall’altro garantire loro strumenti di partecipazione quali il diritto di voto alle elezioni comunali, nell’ottica di una sempre maggiore estensione del concetto di “cittadinanza” e dei diritti ad essa legati.

Ecco le proposte della campagna “La città agli invisibili” riguardo alla cittadinanza studentesca, che porteremo avanti anche attraverso il CNSU: http://goo.gl/2N4xUj.

Siamo convinti che la didattica delle nostre università vada completamente ripensata: essa non va intesa come mera trasmissione del sapere, quanto un processo bidirezionale di costruzione del sapere il cui fine è dotare gli studenti degli strumenti per poter accrescere autonomamente le proprie coscienze critiche e le proprie capacità.

Crediamo dunque che:

– debba essere ripensata la metodologia frontale, largamente utilizzata dai docenti, implementando le moderne sperimentazioni che permettano di superare la passività a cui gli studenti sono costretti nell’acquisizione di nozioni disciplinari;

– sia sempre più necessario, soprattutto negli ultimi anni del percorso accademico, mischiare e intersecare didattica e ricerca, coinvolgendo gli studenti nei gruppi di ricerca, stimolando gli studenti ad attività che non hanno come unico fine il superamento di un esame di profitto, rivedendo lo strumento della tesi triennale, che in molti casi viene affrontata più come un adempimento burocratico, che come possibilità di sperimentarsi nell’ambito della ricerca.

– si debba rivedere il sistema dei crediti formativi, che determinano una parcellizzazione dei saperi e una inefficace misurazione della didattica, introducendo altri strumenti per uniformare e riconoscere come equivalenti i corsi di studio della stessa disciplina nei diversi Atenei, e garantire una maggiore autonomia a proposito della tipologia e del numero di insegnamenti per anno, così come rispetto ai tempi necessari per il processo di apprendimento.

Non siamo ciechi, nell’attuale condizione delle università niente di tutto ciò è possibile: è fondamentale lo sblocco del turn-over un piano straordinario di reclutamento di docenti strutturati, per garantire la copertura e il rinnovamento degli insegnamenti, la fluidità dei servizi, la possibilità di confronto individuale tra docenti e studenti, l’abolizione della didattica a contratto, nuova forma di lavoro precario dentro le università nonché contraria al principio di contiguità tra didattica e ricerca.

L’attuale sistema di valutazione è finalizzato esclusivamente alla classificazione delle università e delle strutture didattiche. Le classifiche che ne risultano sono poi utilizzate per l’attuazione di un sistema di finanziamento premiale il cui fine è quello di mettere in competizione tra loro gli atenei e, conseguentemente, di concentrare le risorse in pochi atenei “meritevoli” ; questo meccanismo sta guidando le università verso un modello sempre più aziendale, in cui tutti gli sforzi sono concentrati a massimizzare la produzione di crediti e risultati scientifici e accrescere la capacità di attrarre risorse esterne.

L’altro aspetto negativo dell’attuale modello di valutazione delle università è l’enorme potere in mano all’Agenzia Nazionale di Valutazione dell’Università e Ricerca (ANVUR), che si sta sostituendo progressivamente allo Stato (MIUR e Parlamento) dalla sua funzione di regolatore del sistema dei finanziamenti, rendendolo un mero esecutore e privandolo di qualsiasi funzione di indirizzo politico. Tale sistema attribuisce all’ANVUR, il potere di chiudere o accorpare università o corsi di studio a seguito del mancato soddisfacimento da parte delle sedi o dei corsi di studio di determinati requisiti didattici, organizzativi, strutturali nonché di sostenibilità economico-finanziaria.

Il decreto AVA, e il modello di valutazione da esso indotto, hanno di fatto annientato l’autonomia degli atenei, svuotando di potere decisionale gli organi collegiali deputati all’autogoverno delle università.

Questo modello di valutazione va sradicato dalle fondamenta: la raccolta di informazioni e dati sulle università italiane deve fornire una fotografia dell’esistente e un’analisi dei processi di trasformazione in corso, per permettere allo Stato, sulla base di decisioni politiche, di intervenire nelle situazioni di difficoltà e migliorare il funzionamento complessivo del sistema.

Nel contesto della valutazione della didattica da parte degli studenti crediamo che il temine “valutazione” appaia fuorviante: l’obiettivo infatti non deve essere quello di formulare un “voto” da parte degli studenti al docente, pratica totalmente inutile se non controproducente, ma individuare quali sono le difficoltà che uno studente può incontrare nei corsi e nel proprio percorso di studio e fornire agli organi collegiali possibili soluzioni.

Quello che si deve stabilire è un vero e proprio “dialogo” tra studenti e docenti che non si concretizza solo nel questionario ma che costituisce un processo continuativo durante tutto lo svolgimento dell’insegnamento, fatto di momenti di confronto tra studenti e docenti sulle tematiche e sull’organizzazione del corso e di approfondimento delle criticità riscontrate. Il confronto sul metodo e sul contenuto dell’insegnamento non possono essere vissuti come momenti tra loro scissi, ma devono servire l’uno per migliorare l’altro.

In tale contesto l’utilizzo che viene fatto oggi dei questionari è del tutto inutile, i questionari possono essere uno strumento utile al miglioramento della didattica se vengono utilizzati come incentivo per lo studente ad esprimersi sulle problematiche del corso, non se vengono utilizzati come sostituto del necessario dialogo tra le componenti e con le rappresentanze studentesche.

Negli ultimi anni, l’università ha subito delle politiche di definanziamento, che hanno causato una sottrazione di risorse finanziarie senza paragoni in nessun altro settore dello Stato. L’Italia è all’ultimo posto, in Europa, per spesa pubblica destinata all’educazione e dedica, inoltre, soltanto l’1,7% di spesa all’ istruzione universitaria contro una media dei Paesi OCSE del 3,2% e dei paesi EU21 di 2,9%. A ciò si aggiunge la prospettiva, entro il 2018, del “costo standard” come unico criterio di ripartizione del FFO, che rischia di penalizzare gli atenei con un calo d’iscrizione, e si basa soltanto sugli “studenti in corso”, andando ad incentivare l’esclusione dei “fuori corso”.  Infine l’incidenza sempre più crescente della quota premiale, nel riparto dei fondi, crea un meccanismo premio-punitivo tra gli atenei, che va a penalizzare le università che si trovano già in difficoltà.

 Per questo abbiamo steso una proposta di Nuova Università e proponiamo:

– Un immediato rifinanziamento del sistema universitario, in linea con quella che è la media OCSE, tale da rendere le università libere dal ricatto di dover necessariamente ricorrere a finanziamenti privati;

– L’eliminazione della “quota premiale” e la revisione del costo standard come criterio di ripartizione del FFO, e l’utilizzo di quest’ultimo come mero strumento per stimare le necessità del sistema;

– L’ampliamento dell’utilizzo del fondo perequativo per riequilibrare lo squilibrio tra atenei, soprattutto tra nord e sud.

A questo proposito questo autunno abbiamo redatto insieme ad associazioni e sindacati di dottorandi, ricercatori non strutturati, docenti e personale tecnico amministrativo, le seguenti proposte di emendamento riguardanti la legge di stabilità: http://goo.gl/Xv31y0.

Troppo spesso la didattica delle nostre università, è pensata esclusivamente per un unico modello di studente, frequentante, in pari con gli esami, dedito esclusivamente alla “carriera universitaria”. Questo modello è tuttavia escludente per un gran numero di studenti, in primis gli studenti/lavoratori, ma anche coloro che affiancano allo studio l’attività sportiva agonistica. Non solo questa impostazione non tiene conto delle diversità dei tempi di approfondimento, della non linearità dei percorsi di apprendimento, della necessità che molti studenti hanno di fermarsi, approfondire, “distrarsi” per qualunque motivo dallo studio a tempo pieno.

La retorica sempre più violenta contro gli studenti fuoricorso, genera così esclusione e senso di inettitudine, tra coloro che non rimangono in pari con il proprio percorso accademico. Le università troppo spesso, invece di agevolare questi studenti, aggravano la situazione, seguendo l’ideologia dominante per cui bisogna premiare i più meritevoli (e quindi punire gli altri).

A nostro parere invece l’università deve astenersi da qualunque forma di “giudizio” sulle scelte e i tempi degli studenti e, anzi, agevolare coloro che sono più in difficoltà nel proseguire il proprio percorso di studi.

Per questo oltre a ritenere totalmente sbagliata qualunque forma di penalizzazione per gli studenti fuoricorso, siamo convinti che la possibilità di iscriversi part-time debba essere aperta a tutti e che la tassazione per gli studenti part time debba essere proporzionata al numero di crediti che essi possono dare nel corso dell’anno accademico ( prevedendo più fasce di crediti tra cui lo studente può scegliere sulla base del tempo che può dedicare allo studio) . Proponiamo altresì che tutti i corsi di laurea si dotino di materiale didattico online per coloro che non possono frequentare, che siano previste forme di teledidattica non sostitutive alle lezioni tenute dal docente, ma sufficienti per preparare gli esami di profitto anche per chi non ha la possibilità di frequentare le lezioni.

I tagli lineari al sistema universitario ha avuto come effetto una drastica riduzione dell’offerta formativa di molti atenei, che si sono trovati a ridurre la varietà degli insegnamenti che si tenevano nei suoi corsi e a porre una serie di barriere all’accesso dei corsi.

Ormai oltre ai numeri chiusi stabiliti a livello nazionale, ad esempio nell’ambito delle professioni sanitarie, più del 60 % dei corsi ha stabilito un numero programmato locale.

Siamo convinti che il numero chiuso o programmato sia ormai insostenibile sia dal punto si vista teorico che pragmatico nelle nostre università. Infatti esso da un lato limita il libero accesso e la libera scelta dei futuri studenti al corso di laurea desiderato ledendo di fatto il diritto allo studio, dall’altro esso non è funzionale allo sviluppo di un paese che già ha una media di laureati eccessivamente inferiore alla media OCSE (15% sul totale della popolazione contro il 31% OCSE e il 28% dell’UE) e ben lontana dagli obiettivi europei che l’Italia ha assunto ( 40 % dei 30 – 34enni laureati nel 2020).

Crediamo inoltre che nessun test d’accesso sia in grado di selezionare chi sarà più adatto ad un determinato percorso di studi e che l’accesso ad un corso di studi debba essere svincolato dalle opportunità lavorative che esso fornisce in quanto la futura occupazione non è l’unico obiettivo dell’accesso alla formazione superiore. Per questi motivi proponiamo:

– l’apertura immediata di un tavolo ministeriale per la riforma dell’accesso ai corsi a numero studio nazionale;

– l’istituzione di un fondo addizionale rispetto al FFO vincolato alla sistemazione ed ampliamento degli edifici universitari col fine di renderli atti ad accogliere un maggior numero di studenti;

A questo link un nostro approfondimento sul numero chiuso del corso di laurea di Medicina e Chirurgia: http://goo.gl/jgilWI.

Riteniamo che un’ esperienza all’estero sia di fondamentale importanza non solo per l’aspetto formativo della vita dello studenti ma anche per la nostra crescita personale e relazionale. Per questo crediamo che l’Erasmus debba essere una possibilità effettivamente garantita a tutti.

In particolare agiremo con i seguenti obiettivi:

– adeguare l’importo della borsa erasmus al costo della vita nei paesi di destinazione, troppo spesso infatti la borsa non copre per intero le spese da affrontare per vivere nelle città estere, spesso molto costose;

– garantire l’erogazione della borsa durante e non dopo il periodo di permanenza all’estero, troppo spesso infatti l’erogazione avviene in ritardo e non costituisce un vero sostegno allo studente, ma al massimo un parziale rimborso

– ampliare il numero di borse e di partnership, al fine di disinnescare la competizione tra studenti che si innesca ogni anno per accedere a questa possibilità

Per fare ciò occorrono ovviamente adeguati finanziamenti, sia per migliorare l’internazionalizzazione dei nostri atenei e renderli più attrattivi per gli studenti erasmus stranieri, sia per aumentare il numero e l’importo delle borse.

Altro obiettivo fondamentale è che tutte le università garantiscano a tutti gli studenti corsi gratuiti delle lingue dei paesi di destinazione, in modo da garantire le competenze linguistiche richieste da alcune università straniere, senza che queste diventino motivo di esclusione dal bando.

Il rapporto tra università e mondo del lavoro, nella contesto di precarietà e disoccupazione che caratterizza il mondo del lavoro oggi, soprattutto quello giovanile, non può che essere centrale.

Crediamo che l’università debba svolgere un ruolo attivo nel garantire possibilità occupazionali ai propri iscritti, ponendosi però come garante della tutela dei diritti dei suoi (ex) studenti, senza esporre i propri iscritti a qualunque offerta di lavoro pur di aumentare l’immagine di spendibilità nel mondo del lavoro delle proprie lauree.

Fondamentali da questo punto di vista sono gli strumenti dello stage, del tirocinio e dell’orientamento in uscita.

Stage e tirocini, laddove inseriti nei piani di studi degli studenti, devono costituire innanzitutto un momento di formazione, volto all’acquisizione di competenze il più possibile trasversali agli ambiti lavorativi che lo studente potrà incontrare nel corso della sua vita, non deve quindi risolversi nello svolgimento di una singola mansione, o peggio nello sfruttamento dello studente.

In particolare attraverso il CNSU proporremo ci impegneremo per l’approvazione dello statuto degli studenti e delle studentesse in stage, affinché sia garantita una durata degli stage commisurata al numero di CFU previsti dal piano di studi, che le eventuali ore in sovrappiù rispetto ai crediti acquisiti siano retribuite, che lo stage abbia una effettiva valenza formativa e gli studenti siano garantiti rispetto a eventuali tentativi di sfruttamento da parte delle aziende.

Troppo spesso il ragionamento sul post laurea in ambito medico è stato affrontato seguendo  da un lato un approccio molto corporativo, che ha spesso portato a contrapposizioni tra studenti, aspiranti studenti di medicina, medici neolaureati e medici, dall’altro inseguendo la chimera della sostenibilità economica, come se la Sanità possa essere modulata a seconda delle disponibilità di bilancio del momento.

Riteniamo che invece il ragionamento sulla formazione medica debba essere strettamente legato al dibattito sul modello di salute di cui necessitiamo per garantire a tutti il diritto alla salute tenendo conto delle trasformazioni sociali e demografiche in corso.

Proprio a partire dalle gravi mancanze che stanno emergendo in molti settori medici è per noi improcrastinabile risolvere immediatamente l’assurda situazione in cui si trovano migliaia di medici abilitati, costretti ad attendere anni prima di poter entrare in specializzazione, a causa del ridotto numero di borse messe a bando negli ultimi anni. Riteniamo che questo problema vada risolto tornando a investire nella formazione medica, e di conseguenza aumentando il numero di borse, fino a riassorbire questa anomalia.

Allo stesso modo sono necessari interventi normativi per garantire i diritti degli specializzandi: la parità retributiva tra specializzandi universitari e specializzandi di medicina generale, la garanzia degli orari di lavoro per gli specializzandi, troppo spesso usati come tappabuchi nei reparti, la piena copertura assicurativa durante tutte le attività svolte dallo specializzando.

Per approfondire, leggi il documento della campagna “Chi si cura di te?”: https://goo.gl/tpDl9S

La “Riforma Forense”, all’articolo 41 comma 6, prevede la possibilità di compiere i primi 6 mesi di tirocinio forense, per l’accesso alla professione di avvocato, contestualmente all’ultimo anno del corso di studio in giurisprudenza. Ad oggi, questa possibilità, capace di rendere più pratico il percorso formativo del corso di laurea in giurisprudenza, è preclusa a causa dell’assenza della convenzione tra Consiglio Nazionale Forense e Conferenza dei Presidi e dei Direttori di Dipartimento di Giurisprudenza, la quale deve regolamentare e dare attuazione all’anticipo della pratica. A ciò si aggiunge il carattere eccessivamente teorico e limitato alla lezione frontale dei corsi, e le restrizioni sempre più stringenti all’accesso alla professione di avvocato.

Lo schema di decreto ministeriale, che dà attuazione alla regolamentazione dei corsi di formazione, contestuali al praticantato forense, introduce dei criteri escludenti e ingiustificatamente restrittivi all’accesso alla professione di avvocato. Questi corsi saranno infatti a numero programmato e prevederanno un costo d’accesso, con la sola mera facoltà, lasciata ai singoli ordini locali, di prevedere arbitrariamente la presenza di borse di studio.

Proponiamo dunque:

– un immediato impegno, da parte del MIUR, affinché sia approvata al più presto la convenzione per l’anticipo della pratica, prevedendo tutele reali per gli studenti ­praticanti e la possibilità di accesso al tirocinio anticipato per tutti la costituzione di un tavolo nazionale con studenti, docenti, CUN, e Ministero, che avvii una riflessione sulla didattica a giurisprudenza, per renderla più pratica, multidisciplinare, e innovativa attraverso strumenti di didattica alternativa;

– gli studenti vengano coinvolti all’interno del processo di riforma relativo all’accesso alla professione;

– sia eliminata qualsiasi previsione di “numero chiuso” relativo a questi corsi, e sia garantito l’accesso a tutti indipendentemente dalle condizioni economiche di ciascuno, attraverso agevolazioni economiche per i redditi bassi, e l’obbligo di destinare borse di studio ai meno abbienti.

Link – Coordinamento Universitario ormai da più di un anno si occupa delle criticità e trasformazioni in campo in tema di accesso all’insegnamento, argomento di primaria importanza per laureandi e laureati nel nostro Paese in attesa di uno sbocco in quest’ambito lavorativo.

Chiediamo innanzitutto la riattivazione immediata del tavolo sulla legge delega della 107 (c.d. Buona Scuola) per arrivare alla formulazione definitiva del nuovo percorso di reclutamento, in modo da garantire delle tempistiche certe per l’attivazione del nuovo percorso, il cosiddetto concorso – corso, teoricamente attivo dal 2019. Questo percorso prevede un concorso pubblico, al quale potranno accedere solo i laureati con 36 crediti di materie didattico pedagogiche. Superato il concorso si prevede un anno di specializzazione e due anni di tirocinio, al termine dei quali il candidato sarà assunto, previa valutazione positiva del suo percorso. I punti critici di questa nuova modalità di abilitazione sono molti e noi lavoreremo affinché:

-venga eliminata un’ulteriore valutazione al termine dei tre anni di formazione: a nostro parere, la vincita di un concorso deve comportare l’ottenimento della cattedra. Inoltre, un ulteriore step valutativo rischia di sostanziarsi nella chiamata diretta da parte del preside, assolutamente da rigettare;

-sia chiarita la tipologia contrattuale prevista per i vincitori del concorso in formazione;

-sia specificata la modalità di acquisizione dei 36 cfu in materie didattico-pedagogiche: essi devono essere realmente attinenti al percorso di formazione dell’insegnante  e, nel caso siano conseguiti in aggiunta al percorso di laurea, non possono essere un ulteriore carico economico per l’aspirante insegnante.

Dato che questa nuova modalità di abilitazione non si attuerà che tra qualche anno, abbiamo chiesto e ottenuto l’attivazione per questo anno di un nuovo TFA. Per il bando di questo nuovo tirocinio abbiamo richieste precise:

– una programmazione su base triennale dei posti banditi con questo nuovo TFA, tenendo in considerazione le effettive esigenze didattiche della scuola e i pensionamenti previsti; in questo modo non si lascerebbero classi scoperte per i prossimi anni e si renderebbe accessibile il percorso di abilitazione anche a classi attualmente non esaurite;

– una tassazione progressiva per i tirocinanti;

– l’accesso dei tieffini ai benefici per il diritto allo studio;

 – modifiche sul piano didattico, volte a  rendere il percorso realmente formativo.

Il tirocinio curricolare e professionalizzante, per la sezione A dell’Albo degli Psicologi, dovrebbe essere un sistema di opportunità per l’apprendimento e lo sviluppo di competenze professionali.

Da Regolamento il tirocinio non costituisce un rapporto d’impiego e i tirocinanti non posso essere utilizzati come sostituti di personale della struttura o come risorsa aggiuntiva.

Di fatto non sempre va così, spesso i tirocinanti si vedono costretti a ricoprire oneri per i quali non sono abilitati o non ancora formati (per impegno, importanza e peso del compito affidatogli) o, al contrario, ricoprono mansioni non congruenti al loro titolo di studi.

Il Regolamento,poi, puntualizza che: ” Ai sensi dell’Art.2, comma 1, lettera a) del Decreto Legislativo del 9 aprile 2008 n.81, i tirocinanti sono equiparati ai lavoratori dipendenti del Soggetto ospitante”.

Questa equiparazione, però, a parità di lavoro svolto e di ore di servizio, non accenna minimamente  ad alcun compenso monetario per i tirocinanti.

Un’ultima puntualizzazione riguarda le ore di presenza totali del tirocinio: il Regolamento esplicita che le 1000 ore obbligatorie non si devono configurare come orario lavorativo, e che devono essere distribuite in maniera congrua nell’arco dei 12 mesi, con un massimo di 25 ore settimanali per permettere al tirocinante di prepararsi per l’Esame di Stato.

Nella realtà queste 1000 ore non sono suddivise in modo congruo, ma spesso vanno a “riempire” spazi o turni dei quali la singola struttura necessita per i più svariati motivi, creando un sovraccarico lavorativo al tirocinante, che in tutto questo continua a non percepire salario e a non vedere riconosciuti il suo tempo e le sue competenze.

In sintesi il tirocinio post lauream risulta spesso poco professionalizzante e obbliga il tirocinante a essere per un anno una figura a metà tra studente e psicologo; a causa dell’effettivo impegno orario non è possibile svolgere un altro lavoro, pertanto riteniamo necessario che il tirocinio:

– preveda rimborsi e servizi affinchè questa esperienza non ricada totalmente sulle spalle del singolo

– sia realmente formativo, sia rispetto alla preparazione per l’esame di stato conseguente, che per il ruolo lavorativo che ne conseguirà

– sia previsto il parere di studenti e tirocinanti nella definizione e nella valutazione delle convenzioni fra Atenei e sedi in cui il tirocinio si svolge, così da garantire un costante monitoraggio a partire dalle esigenze di chi si approccia a quest’esperienza.

Negli ultimi due anni il numero dei posti di dottorato si è ridotto del 25%, questa situazione purtroppo è stata determinata dal pesante taglio dei fondi all’università pubblica. Chi ha un dottorato in Italia oggi non si vede inoltre riconosciuto lo status di ricercatore in formazione che gli riconoscerebbe alcune tutele sociali, come previsto dalle normative europee ed è spesso costretto a pagare una tassa d’iscrizione per tutta la durata del suo percorso di dottorato. A queste mancanze si aggiunge la piaga dei dottorati senza borsa: 1 dottorando su 2 non riceve nessun tipo di borsa di studio per il lavoro che si trova a svolgere tutti i giorni. I dottorandi e le altre figure precarie all’interno dell’università reggono la didattica dei nostri atenei senza che gli sia riconosciuto alcun diritto e sempre più spesso fuggono da questo paese. I dottorandi, specie dopo la riforma Gelmini e il conseguente blocco delle assunzioni del personale docente, hanno un futuro lavorativo sempre più incerto e precario.

Cosa vogliamo fare:

Vogliamo sostenere tutte le battaglie che prevedono il miglioramento della condizione di vita e di lavoro dei dottorandi in collaborazione con l’ADI (associazione dottorandi e dottori di ricerca italiani), sostenendo le sue proposte. Vogliamo proporre al Ministero, come l’ADI ha fatto in questi anni, di:

– abolire il dottorato senza borsa;

– abolire le tasse di dottorato;

– riconoscere il dottorando come figura di ricercatore in formazione;

– valorizzare il titolo di studio di dottore di ricerca sia in ambito lavorativo privato sia in ambito lavorativo pubblico;

– riformare il preruolo nelle Università e finanziare nuove assunzioni.

L’ampio settore dei beni culturali subisce da anni un’incertezza sul piano formativo e su quello dell’accesso alla professione. L’istituzione dei corsi di Beni Culturali, sempre più spesso anche a livello di corsi di laurea magistrale, sta determinando un appiattimento della formazione universitaria: si sta perdendo progressivamente il potenziale di specializzazione garantito dalla pluralità di corsi in Archeologia e Storia dell’Arte, Biblioteconomia e Archivistica. Questa situazione si riflette nel post laurea, prima con scuole di specializzazione con costi altissimi, poi con un piano legislativo ancora gravemente fragile nel riconoscimento dei professionisti del settore.

Nel luglio del 2014 è stata approvata la legge 110/2014 che per la prima volta ha inserito nella legislazione italiana il riconoscimento delle professioni operative dei beni culturali. Tuttavia, restano diversi problemi: in primo luogo, non tutte le professioni dei beni culturali sono state riconosciute, basti pensare agli esperti di beni musicali e agli esperti delle arti dello spettacolo e della produzione multimediale; inoltre, il MiBACT, nonostante il termine di 6 mesi dall’approvazione della legge, non ha ancora provveduto all’approvazione dei decreti attuativi, in particolare alla definizione dei requisiti per gli elenchi dei professionisti. Quali saranno questi criteri? Chi sarà coinvolto nella loro scrittura? I requisiti saranno effettivamente vincolanti per lo svolgimento della professione, nell’ottica di valorizzare i titoli di studio e di impedire che gli interventi sul patrimonio storico-artistico vengano affidati a personale non specializzato o vengano svolti a titolo gratuito?

Per questi motivi, abbiamo recentemente promosso la campagna “Mi Riconosci? Sono un professionista dei beni culturali”, che stiamo portando avanti assieme a specializzandi, tirocinanti e giovani precari del settore. Attraverso questa campagna avanzeremo le nostre richieste anche all’interno del CNSU, alla luce delle competenze in materia del Ministero dell’Istruzione:

– Rilancio del settore con maggiori investimenti, soprattutto per quanto riguarda la scelta del personale che vi opera, e la qualità del lavoro.

– “Legge Madia” sul riconoscimento delle professioni: inclusione della componente studentesca nei tavoli in cui saranno decisi i requisiti per svolgere la professione.

– Requisiti vincolanti: nessuna scappatoia per chi non sia in possesso dei requisiti: Laurea Magistrale (o titolo equiparato) per essere professionista, Laurea Triennale con determinati CFU per essere collaboratore professionista.

– Riduzione dei costi e fasciazione sulla base del reddito per tutti i corsi Post-Laurea che diano accesso ai gradi più alti delle professioni.

– Riforma dei corsi di studio del settore: eliminazione di gravi disparità, maggiore omogeneità per quanto riguarda i corsi che diano accesso alla stessa professione, miglioramento della qualità dell’offerta formativa, corsi Magistrali meno slegati dal mondo esterno all’Università.

Per saperne di più leggi il documento programmatico della campagna “Mi Riconosci? Sono un Professionista dei beni culturali” : https://goo.gl/T8Sya8.

L’università deve essere un luogo dove chiunque, durante il proprio percorso di formazione, deve poter vivere, esprimere e autodeterminare liberamente la propria sessualità e genere, senza che vi sia alcuna legittimità per discriminazioni su stereotipi o mancanza di diritti. Proprio per questo proponiamo alle Università di approvare la nostra carta dei diritti Nessuno Escluso, in maniera che ognuna di esse prenda posizioni nette contro i fenomeni di discriminazione, si impegni in misure di welfare legate a genere e sessualità e proibisca la concessione di spazi a soggetti o associazioni che utilizzano pratiche o linguaggi omotransfobici o sessisti.

Ecco perché crediamo fondamentale l’introduzione del Doppio Libretto in tutti gli atenei di Italia affinché gli studenti transgender possano poter utilizzare il proprio nome di scelta affinché  vengano evitati momenti di disagio durante l’identificazione prima di un esame o durante un appello.

Oppure deve essere possibile avere come universitari un accesso agevolato ad articoli igienici (come gli assorbenti) , ai contraccettivi e ai consultori ginecologici e di salute sessuale delle asl locali anche per i fuori sede. Gli spazi universitari devono riqualificare e tutelare la vita di tutti gli studenti, dunque non possono mancare sportelli antidiscriminazione e antiviolenza così come luoghi adibiti a fasciatoio. Infine crediamo che così come lo studente lavoratore debba avere criteri di merito in termini di crediti agevolati come profilo di studente part-time, anche studentesse e studenti che affrontano la genitorialità durante gli studi debbano godere di agevolazioni simili.

Gli Atenei italiani attualmente non hanno un piano coordinato di azioni per rendere i luoghi di studio e ricerca indipendenti energeticamente e valorizzare la sostenibilità ecologica. Al contrario spesso nelle istituzioni che dovrebbero essere fucina del cambiamento, anche nell’ambito del rapporto tra uomo e natura, osserviamo un disinteresse sul tema, tra sprechi e accumulo di rifiuti.

Siamo convinti che il CNSU possa farsi voce della necessità ormai inderogabile di un tavolo di discussione condiviso e permanente tra il MIUR e il Ministero dell’Ambiente che persegua proattivamente delle linee guida ben precise per i prossimi 3 anni:

– perseguire un’organizzazione tramite piattaforme centralizzate di allocazione degli spazi didattici che permettano un risparmio energetico maggiore negli spazi non utilizzati attivamente;

– attivare borse e progetti di ricerca finalizzate all’allargamento della discussione nella comunità accademica delle problematicità della crisi ambientale attuale;

– progettare incentivi alla condivisione dei mezzi di trasporto privati (c.d. carpooling), in via temporanea, qualora l’uso dei mezzi pubblici sia materialmente disincentivato dal territorio;

– verificare che le forniture dei servizi di ristorazione delle Università utilizzino i prodotti originanti nel medesimo territorio di consumo, pratica che ha ricadute positive sullo sviluppo del territorio e sulle mancate emissioni a causa del trasporto. E’ inoltre da rifiutare l’affidamento esclusivo a un unico distributore e per favorire la diversificazione delle forniture rispetto alle macroaree di riferimento dei prodotti richiesti;

– procedere alla scrittura di un modello di convenzione tra atenei e aziende di trasporto pubblico locale, incluse le ferroviarie, per l’introduzione di tariffe agevolate ai trasporti studenteschi coerenti a livello nazionale;

– impiegare il contributo accademico disponibile per il raggiungimento degli obiettivi c.d. “Piano 20/20/20”: ridurre le emissioni di gas serra del 20%, alzare al 20% la quota di energia fornita da fonti rinnovabili e portare al 20% il risparmio energetico, il tutto entro il 2020;

– rilanciare politiche di sensibilizzazione sulla sostenibilità ambientale mettendo al centro le studentesse e gli studenti affinché la cultura del rispetto dell’ambiente trovi cittadinanza nella comunità accademica

Le mafie sono un fenomeno sociale, culturale, ed economico che, senza alcuna ombra di dubbio, assume oggi una rilevanza nazionale, se non a volte internazionale, come molte inchieste giudiziarie e giornalistiche hanno dimostrato. Il loro potere, molto spesso colluso con molti apparati del mondo politico ed economico, tiene sotto scacco la vita di persone e di interi territori, aggravando anche il livello di corruzione.

L’università, in questo scenario, può assumere un ruolo centrale, innanzitutto come “strumento di emancipazione”, capace di liberare gli individui dal controllo criminale, attraverso l’accesso ai livelli più elevati d’istruzione, e poi, in quanto luogo di formazione, delle nuove generazioni e non, e di ricerca, per un contrasto culturale al fenomeno.

Al tempo stesso l’Università è spesso luogo di illegalità, di clientelismi, corruzione, e raccomandazioni, nei confronti dei quali è necessario che ogni ateneo si doti di strumenti di contrasto idonei, che tutelino chi denuncia e chi subisce questi fatti.

Proponiamo:

– che tutti gli Atenei aderiscano alla campagna promossa da Libera “Riparte il Futuro” (http://goo.gl/oPHgiB), contro la corruzione nell’università, introducendo l’istituto del “whistleblowing”, e garantendo protezione a chi denuncia illegalità;

– bilanci maggiormente trasparenti e partecipati all’interno degli atenei, in modo che l’intera comunità accademica possa controllare e determinare la gestione economica.

Il diritto allo studio Universitario è il diritto di tutte le studentesse e di tutti gli studenti di poter beneficare delle migliori condizioni possibili nel loro percorso accademico. Proprio per questo pensiamo che i servizi debbano essere erogati in base alle esigenze della componente studentesca a cui sono rivolti, con l’obiettivo di livellare le singole situazioni e fornire un diritto allo studio che serva a raggiungere un’ equità reale e no un’uguaglianza puramente formale.

Nelle Università italiane emerge sempre più la necessità di trovare un sistema adeguato per soddisfare i bisogni degli studenti migranti, comunitari e non, che tentano di accedervi. Di estrema importanza sono le questioni legate ai costi per la documentazione: permesso di soggiorno obbligatorio per studio, certificazioni scolastiche e traduzioni varie comportano una spesa ingente che la maggior parte di queste figure non possono permettersi e allo stesso tempo un iter burocratico lunghissimo e molto spesso difficile da affrontare. Per questo dovremo lavorare al fine di far sì che il processo sia più snello possibile e i costi sgravati e coperti dagli enti pubblici.

Un’altra macro questione è quella dei bandi delle varie aziende del Diritto allo Studio Universitario: alcuni di essi, vedi il modello toscano, includono i rifugiati e lasciano sospesi i richiedenti asilo sino al riconoscimento dello status, altri ancora non prevedono proprio queste figure. Risulta evidente come l’obiettivo sia quello di unificare i vari bandi, magari attraverso direttive ministeriali, per permettere ad entrambe le figure di accedere immediatamente ai servizi e alle borse al pari degli altri soggetti che ne fanno domanda.

Stiamo parlando di studentesse e studenti in condizioni socio economiche precarie, magari fuggiti da paesi in guerra, prive dei mezzi per accedere al sistema universitario italiano che non è sufficientemente preparato per poterli accettare e accogliere senza problemi, l’esigenza non è quindi solo quella di trovare soluzioni tecniche, ma soprattutto quella di attuare delle politiche di accoglienza ed integrazione al fine di aprire i luoghi della formazione a tali figure nella maniera più adeguata possibile.

Per incentivare sempre di più l’acquisizione da parte della componente studentesca di un ruolo di rilievo nella componente accademica vogliamo incentivare la partecipazione attraverso referendum studenteschi nazionali che, nelle nostre richieste, devono poter essere indettli da parte del CNSU.

In un ottica di sempre maggior partecipazioni deve essere garantito il diritto di assemblea di corso di laurea, dipartimento, scuola e ateneo con sospensione della didattica, per poter discutere di problematiche relative al proprio corso o alla propria sede universitaria, confrontarsi sulle trasformazioni del mondo dell’Università, confrontarsi con le rappresentanze studentesche.

La rappresentanza studentesca deve avere maggior potere e soprattutto accesso a tutti i livelli di decisione dell’ateneo; non devono esistere organi che riguardano la didattica o la gestione delle strutture in cui non è presente una componente elettiva degli studenti, e ai rappresentanti degli studenti deve essere dato potere di incidere nelle decisioni dell’ateneo e adeguato tempo per confrontarsi con la propria base di riferimento. Laddove presente il consiglio studenti, o eventuali organi facenti funzione, devono avere maggiori poteri, come l’obbligatorietà di parere sulle decisioni più importanti riguardanti gli studenti e la possibilità di presentare interrogazioni al Rettore e alle altre cariche accademiche.

Allo stesso modo anche nella stesura dei bilanci d’ateneo è necessaria una partecipazione sempre maggiore da parte della componente studentesca e non solo. Troppo spesso ad oggi le decisioni prese dalle università vengono presentate come necessarie e ammantate di un velo di tecnicità, che le rende immodificabili. Proprio a partire da pratiche di bilancio partecipato, attraverso assemblee nelle strutture didattiche e altri metodi di coinvolgimento delle diverse componenti si può invertire questa tendenza e riaprire spazi di democrazia negli atenei.

Tre anni fa la nostra candidatura aveva tra gli obiettivi principali quello di riformare profondamente il Consiglio Nazionale Studenti Universitari, in quanto individuavamo grossi limiti nella capacità di questo Organo di essere incisivo ed efficace sulle scelte del Ministero e di conseguenza nella soluzione dei problemi degli studenti.

In questi tre anni di lavoro abbiamo contribuito a rendere il CNSU un Organo in grado di influenzare il dibattito sull’università e di porsi in opposizione alle scelte del Ministero quando esse erano in contrasto con gli interessi degli studenti. Siamo riusciti a far approvare una riforma del regolamento interno dell’organo che prevede le dimissioni per i consiglieri assenteisti e un’ elezione più trasparente del presidente e del vice presidente.

Ma questo non basta, nei prossimi tre anni vogliamo portare a termine una riforma dei rapporti che il CNSU ha con il Ministero dell’Istruzione per rendere le posizioni degli studenti più incisive. Ci batteremo quindi perchè il Parlamento accolga una proposta di modifica dei compiti del Consiglio, già approvata dallo stesso, che richiede:

– che i pareri forniti dal CNSU siano non solo posteriori all’approvazione dei decreti ministeriali ma anche precedenti, in modo da poter influenzare in corso d’opera la formulazione di determinate decisioni;

– che sia istituito un tempo massimo entro cui il Ministero deve rispondere al Consiglio su determinati temi sollevati dallo stesso;

– che sia obbligatoria la rappresentanza degli studenti in tutte le commissioni ministeriali che si occupano di università.

Per approfondire: http://goo.gl/u2feQY ecco la proposta che abbiamo presentato nel corso di questo mandato e dalla quale ripartiremo nel prossimo per dare più potere agli studenti!

CANDIDATI NORD EST

Sergio Cau

Università di Verona

Sofia Zago

Università degli studi di Trieste

Francesco Ganzaroli

Università di Ferrara

Alessandro Olivo

Università degli Studi di Trento

Gabriele Gazzaneo

Universitá degli studi di Padova

Marika Martina

Università degli Studi di Udine

Francesca Celi

Università
Ca' Foscari di Venezia

Noemi Di Iorio

Università Alma Mater Studiorum di Bologna

CANDIDATI NORD OVEST

Ugo Annona

Università di Torino

Giulio Franchini

Politecnico di Milano

Francesca Cardone

Università di Torino

Stefano Pozzi

Università degli studi di Genova

Marta Delfino

Università di Genova

Federico Barbagallo

Università Statale di Milano

Andrea Incatasciato

Università di Milano-Bicocca

Francesca Rossi

Politecnico di Torino

Marco Montagna

Università Vita-Salute San Raffaele

CANDIDATI CENTRO

Raffaele Papa

Università degli studi di Cassino

Valerio Fransesini

Università “Sapienza” di Roma

Francesco Pellas

Università degli Studi di Roma Tre

Tamara Capobianco

Università degli studi di Roma Tor Vergata

Giorgio Bruno

Università degli Studi dell’Aquila

Sofia Demasi

Università di Pisa

Daniela Falone

Università degli Studi dell’Aquila

CANDIDATI SUD

Flavio Presutti

Università degli studi del Molise

Sara Ingrosso

Università del Salento

Alessio Gaspare Grancagnolo

Università di Catania

Francesco Riccardo Sotgiu

Università degli Studi di Cagliari

Francesco Innamorato

Universitá degli Studi di Bari

Pasquale Alessandro Cammalleri

Università di Palermo

Alessio Tortorelli

Università degli studi della Basilicata

Francesco Curcio

Università di Salerno

Enrico Iannone

Università "L’Orientale" di Napoli