Classifiche internazionali delle università. Perchè non servono? Oltre la retorica dell’eccellenza!

by / Commenti disabilitati su Classifiche internazionali delle università. Perchè non servono? Oltre la retorica dell’eccellenza! / 199 View / 11 giugno 2020

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La recente pubblicazione dei rankings internazionali delle Università considerate come le migliori al mondo, ha comportato la condivisione dei risultati da parte degli Atenei italiani posizionati nei posti più alti e di diverse testate giornalistiche, rivendicando la grande vittoria conseguita.

Avremo voluto anche noi gioire per questo risultato, ma non possiamo, né vogliamo, farlo: prima di cantare vittoria è infatti necessario capire quali sono gli indicatori utilizzati per stilare quelle graduatorie. In poche parole, ciò che conta è la competitività a livello internazionale, la qualità di una didattica basata su prospettive produttivistiche e di mercato, la produzione di ricerca intesa alla formazione di capitale fisico e umano.

Competitività, eccellenza, qualità, mercato, capitale: ecco gli indicatori che riflettono il risultato di aziendalizzazione e managerializzazione degli Atenei italiani, il dispiegarsi dei saperi e della conoscenza alle logiche di mercato e di profitto.

Nessun riferimento è fatto, da questi indicatori, alla reale condizione in cui si trovi l’università italiana se si guarda al suo ruolo di ascensore sociale e di motore sociale, di apertura a un futuro migliore per le studentesse e gli studenti e per il Paese tutto, dal punto di vista più sociale che economico.

I rankings internazionali ci consegnano quindi un’immagine di una Università che, invece di andare avanti, è tornata indietro: classista, elitaria, accessibile solo a pochi privilegiati, escludente.

Già da decenni l’università italiana ha intrapreso il percorso che l’ha portata in questa direzione e a conseguire questo risultato: sotto la retorica di eccellenza e qualità, è stata definanziata, smantellata, i saperi e la ricerca sono stati circoscritti a quelli utili per il mercato, è stata ulteriormente chiusa dal moltiplicarsi del numero chiuso, dall’aumento vertiginoso nei costi delle contribuzioni studentesche, dall’incapacità di coprire tutte le borse di studio, è stata ridotta nel numero di personale docente, assegnist*, dottorand*, ricercatori e ricercatrici.

Riportando i dati numerici per dare un quadro più specifico, ad oggi, l’Università in Italia è ridotta dell’8% nella dimensione finanziaria dell’investimento pubblico rispetto a quella del 2008; rispetto al 2014-15, il numero di immatricolati si è ridotto di 37mila studentesse e studenti, quello dei docenti del 17% e quello del personale tecnico amministrativo del 18%; il numero dei corsi di studio è sceso del 18%, il FFO è diminuito del 22,5% in termini reali.

Non possiamo vedere alcuna eccellenza, nessuna qualità, in questo modello di università. L’università deve essere aperta a tutte e tutti, gratuita e accessibile, i saperi e la ricerca devono essere liberi e critici: su queste parole chiave dovrebbero basarsi gli indicatori internazionali.

Il dato ancora più grave, tuttavia, emerge se si considera l’attuale fase: da un lato, la redazione del Piano Colao, che ancora una volta mette al centro il mercato e la competitività, senza dare alcuna considerazione alla componente studentesca, dall’altro lato, la mala gestione della sospensione della didattica e della sostituzione di quella fisica con quella telematica.

Il risultato è stato l’allargamento della forbice tra chi si può permettere di studiare e chi non può: nessun investimento reale nel diritto allo studio si è visto, perché per quanto siano stati stanziati diversi milioni, i requisiti all’accesso alle borse di studio permangono ancora; nessuna volontà nell’abolire l’ultima rata delle tasse universitarie, ma tantomeno di ridurle; nessun interesse a riaprire le aule studio e a ricalendarizzati gli appelli; nessuna volontà di abolire il numero chiuso.

Non solo, si è anche acuita ulteriormente la differenza tra Atenei del Nord e del Sud del Paese, ma anche tra quelli collocati nelle grandi città produttive, e tutti gli altri: un ottimo ritratto di questa differenziazione è riportato proprio da quali atenei sono riusciti a rientrare nella parte più alta della classifica e quali no. Chiaramente, gli Atenei ad avere scalato i rankings sono stati quelli più finanziati alla luce della loro capacità di regalare forza lavoro precaria al tessuto produttivo del loro territorio.
Crediamo che un’università classista, in cui le sperequazioni si fanno sempre più pesanti, in cui la ricerca e la conoscenza non sono libere e critiche, in cui i fondi stanziati non sono abbastanza se non accompagnati da reali misure a sostegno delle studentesse e degli studenti, non possa essere posta realmente ai posti più alti dei rankings internazionali.

Rivendichiamo un’università che pone al centro le studentesse e gli studenti, i loro sogni e il loro futuro, che mette in essere tutte le azioni positive per garantire a tutte e tutti di studiare, nessun* esclus*.

Continueremo a lottare per cambiare le nostre Università, per sottrarle da logiche competitive e di mercato, da rankings falsati e basati su un modello neoliberista di Università, e per ridarle nelle mani di chi le università le vive e le vivrà di giorno in giorno.

Come prima, tanto più oggi, è necessario invertire la rotta di sottofinanziamenti e disinvestimento nell’Università pubblica, è doveroso interrompere il modello attuale basato su logiche premiali e meritocratiche che porta avanti i più avvantaggiati lasciando indietro tutti gli altri. Non possiamo accettare che durante una crisi globale, al centro del Paese non siano posti anche il diritto allo studio e l’accessibilità all’università
: servono fondi, servono garanzie, servono investimenti nell’Università e nella ricerca, non per scalare i rankings internazionali ma per garantire un presente e un futuro degni per le studentesse e gli studenti!