Che GENERE di università? Liberiamo i saperi per liberarci dalla violenza sulle donne!

by / Commenti disabilitati su Che GENERE di università? Liberiamo i saperi per liberarci dalla violenza sulle donne! / 329 View / 11 febbraio 2017

Siamo studentesse e studenti, specializzande e specializzandi, praticanti e giovani tirocinanti, che quotidianamente vivono un’Università che perpetua stereotipi di genere e diffonde, ancora fortemente, una struttura patriarcale dei saperi, della famiglia, del lavoro e della società. Siamo pienamente consapevoli delle mille facce diverse che ha la violenza sulle donne, e ne riscontriamo fin troppe nei luoghi della formazione.

Siamo stanche e siamo stanchi: vogliamo che l’università sia il luogo di liberazione, individuale e collettiva, dagli stereotipi di genere! Vogliamo che la didattica, la ricerca, il rapporto formazione e lavoro siano strumento trasformativo di una società sessista, e non succubi silenziosi degli stereotipi di genere! Per questo, e tanto altro ancora, stiamo partecipando al grande percorso femminista contro la violenza maschile sulle donne “Non Una di Meno”, e dopo la marea di più di 200mila donne che ha invaso le strade romane, proseguiamo il lavoro per la scrittura di un piano femminista contro la violenza di genere, raccogliendo il grido delle compagne argentine per uno sciopero globale femminista, di cui anche l’Italia, insieme ad altri 30 paesi del mondo, sarà protagonista l’8 Marzo.

Quante volte ti sei sentita dire che ingegneria è un corso di laurea per uomini? Quante volte si deride, anche in classe, lo studente che sceglie di laurearsi in Scienze della Formazione? Non sono semplici luoghi comuni, ma queste parole ricalcano una realtà che troppo spesso ci troviamo a vivere nelle nostre università. Basti pensare ai dati sulle iscrizioni ai corsi universitari: nell’anno accademico 2014/2015 le studentesse iscritte ai corsi di laurea rappresentano complessivamente il 56% del totale, ma se la presenza è massiccia nelle aree delle “Scienze Umanistiche” (75%) e delle “Scienze Sociali” (61%), diminuisce man mano che si passa ad ambiti di carattere più scientifico o tecnico raggiungendo il minimo nell’area di “Ingegneria e Tecnologia” (31%). Questo è alla base della differenziazione dei percorsi lavorativi legata ai generi, che ancora oggi è molto presente nel nostro Paese.

In Italia, ad esempio, non esiste ancora un dipartimento di Gender Studies che abbia completa autonomia sul piano economico, didattico e della ricerca, ma soltanto alcune sperimentazioni di specifici corsi che analizzano in ottica di genere specifiche materie. I Gender Studies hanno piena dignità accademica, e andrebbe loro riconosciuta la capacità di indagare a fondo gli stereotipi e di contrastarli proponendo politiche attive. Eppure pensiamo che il machismo ed il sessismo nella formazione universitaria non si risolva con l’istituzionalizzazione degli insegnamenti e della ricerca dei Gender Studies, ma passi da una trasformazione di tutte le discipline accademiche.

Gli stessi libri di testo, la scelta dei programmi e dei metodi di insegnamento, i canali della ricerca, riproducono stereotipi sessisti ed un modello etnocentrico ed eteronormato di formazione: ma è possibile che solo il maschio alpha, bianco ed occidentale, sia al centro degli insegnamenti di qualunque settore? Dove sono finite le filosofe, le letterate, le scienziate, le artiste, le femministe e le rivoluzionarie? Per come sono i nostri insegnamenti, sembrano essere state cancellate dalla storia. Nella “migliore” delle ipotesi, poi, ci ritroviamo a studiare trafiletti tematici sull’ottica di genere, come se la storia e la cultura delle donne, la loro produzione accademica, artistica o politica, possa essere oggetto solo di specifico approfondimento, anziché parte strutturale, anche nel metodo, dei nostri corsi di studi. Nelle facoltà di medicina, poi, il dato è ancora più allarmante: non c’è l’obbligo di studi laici ed alle future mediche ed ai futuri medici non si insegnano le moderne tecniche abortive, sostenendo di fatto il fenomeno e la proliferazione degli obiettori di coscienza.

Anche nei momenti di incontro e scontro tra formazione e lavoro l’eguaglianza di genere non è neppure un miraggio: il caso della specializzanda di Torino, più noto, ma non isolato, a cui è stato impedito di accedere al tirocinio per l’abilitazione medica poiché in gravidanza, è un drammatico esempio di come persista l’offesa al diritto di formazione e professionalizzazione delle donne in base ad assurde discriminazioni di genere.

L’assenza di tutele per le donne si fa ingombrante anche in quel poco che resta del sistema di diritto allo studio: ancora in troppe università non viene riconosciuto a studenti e studentesse che affrontano la genitorialità di accedere al part-time; non sono accessibili a questi/e gli asili nido d’ateneo, riservati alle figlie e ai figli delle/dei docenti (della serie: ci sono i servizi, ma se fai figli quando “è giusto”!); nei bandi per le borse di studio non vengono riservate borse per gli studenti/studentesse genitori e nelle residenze universitarie non è ammesso portare le bambine ed i bambini. Quante e quanti di noi sentono che una gravidanza, anche se consapevole, distruggerebbe la loro quotidianità? Impedirebbe di continuare a studiare? La mancanza di servizi incide sulla nostra libertà, non possiamo più permetterlo!

Solo raramente nei nostri atenei sono presenti consultori, che invece dovrebbero presidiare ogni università, distribuendo, come da anni facciamo richiesta, anticoncezionali gratuiti. Andrebbero avviati percorsi di collaborazione con i centri anti-violenza, così da costruire opportunità concrete per le donne per avviare percorsi di fuoriuscita dalla violenza, che continua a moltiplicarsi anche nei contesti universitari. Non una donna in più può essere lasciata sola nell’affrontare le molestie del suo professore, collega, compagno, amico!

Non esistono inoltre assistenze psicologiche per le studentesse e gli studenti non cisgender, per chi avesse bisogno di supporto nel passaggio di genere, nell’autoriconoscimento, nella coscienza di sé. Il primo passo è ottenere in tutti gli atenei il doppio libretto per gli studenti e le studentesse transgender, che hanno diritto ad essere chiamati per come sono, e non per come appaiono! Vogliamo, inoltre, che anche l’università sia luogo di laica, antisessista, non eteronormata, educazione sessuale.

Per tutte queste ragioni l’8 Marzo, insieme a migliaia di altre donne, uomini, transessuali, queer, intendiamo scioperare dal patriarcato, vogliamo astenerci dal frequentare lezioni sessiste, da studiare su libri machisti, dal svolgere il  tirocinio in cui siamo obbligate ad essere sensibili, comprensive e sorridenti, solo perché donne!

Nelle giornate di avvicinamento all’8 Marzo intendiamo boicottare una formazione patriarcale, dimostrando attraverso lezioni convertite e seminari autogestiti che esiste una didattica non solo più giusta, ma più vera, che è quella che rilegge ogni disciplina sotto la lente di genere, consapevole che donne e uomini, non solo questi ultimi, hanno scritto la storia dell’umanità.

L’8 Marzo, in quella che viene definita la festa della donna, noi intendiamo riappropriarci della formazione e della ricerca universitaria, convinte e convinti che si tratti di una tappa importante per liberare definitivamente i luoghi della formazione. Educare alle differenze e alle relazioni senza pregiudizi e stereotipi significa fare un passo in avanti contro la violenza maschile sulle donne.

Siamo convinte e convinti che liberare i saperi dal patriarcato significhi combattere le diseguaglianze di genere dentro e fuori l’università, per una società più giusta, com’è possibile e com’è necessario!

Qui la piattaforma completa dello SCIOPERO FEMMINISTA del LOTTO MARZO:

8 punti per l’8 marzo: Non un’ora meno di sciopero!