Cattedra Natta: i 500 “eccezionali” e il futuro dell’università italiana

by / Commenti disabilitati su Cattedra Natta: i 500 “eccezionali” e il futuro dell’università italiana / 129 View / 28 ottobre 2016

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Riprendiamo l’articolo dell’Associazione Dottorandi e Dottori di Ricerca Italiani sul decreto c.d. “Cattedre Natta”.

La creazione del “Fondo per le Cattedre Universitarie del Merito Giulio Natta” ha ben poco di meritorio. Presentato come piano straordinario per il rientro dei “cervelli in fuga”, il provvedimento avrà un impatto irrisorio sulla reintegrazione del personale docente, falcidiato dai tagli degli scorsi anni. Inoltre non eviterà l’espulsione dal sistema universitario di migliaia di ricercatori precari: il 93.5% di loro, infatti, continuerà a non avere alcuna speranza di ottenere un contratto a tempo indeterminato (dati VI Indagine ADI). Infine renderà le procedure di reclutamento universitario sempre più inique e poco trasparenti. L’ADI si oppone dunque con forza all’ennesima misura eccezionale, che ancora una volta lascia irrisolti i principali problemi strutturali dell’università italiana.

Il DPCM recentemente licenziato dalla Presidenza del Consiglio, ed oggetto di indiscrezioni di stampa, stabilisce una modalità del tutto peculiare per la selezione dei professori delle “Cattedre Natta”, introducendo un canale di reclutamento parallelo a quello standard, e che prevede il giudizio di commissioni nominate direttamente dal governo. I 500 “super-professori” saranno così selezionati al di fuori delle regole del gioco valide per tutti i ricercatori residenti in Italia: non saranno infatti sottoposti al giudizio delle famigerate mediane, alle soglie e ai criteri dell’ANVUR e dell’ASN.

All’iniquità della procedura di selezione si accompagna la scarsa trasparenza sui criteri con cui è stata fissata la corrispondenza tra settori scientifico-disciplinari e settori ERC, e sui quali è stabilita la ripartizione delle cattedre bandite. I criteri di giudizio dei candidati, poi, saranno stabiliti discrezionalmente dalle stesse commissioni nominate dal Governo. Tutto ciò lascia immaginare che il provvedimento del governo rimarrà vittima delle stesse logiche spartitorie e delle procedure opache che si pone l’obiettivo di eliminare.

Il meccanismo di chiamata da parte degli atenei, inoltre, fa sì che gli atenei più grandi e con buone disponibilità finanziarie possano accaparrarsi fino al 30% delle 500 “cattedre Natta”, con consistenti vantaggi in termini economici sulla quota di Fondo di Finanziamento Ordinario erogata dal MIUR, mentre agli atenei più piccoli e in difficoltà economica resterebbero poche briciole. Infine, non è chiaro se alle chiamate per ordinario delle “cattedre Natta” seguiranno i bandi per RTDb previsti dalla legge: si rischia dunque che le risorse destinate alle assunzioni dei ricercatori a tempo determinato diminuiscano ulteriormente.

Dal 2008 ad oggi i docenti universitari sono calati di 12000 unità; nello stesso periodo di tempo per la stragrande maggioranza dei giovani ricercatori non strutturati non è stato possibile accedere ad una posizione di ruolo. Di fronte a tutto ciò, il Governo sceglie di spendere 75 milioni di euro per selezionare 500 super-professori, con una retribuzione molto più alta del normale, e una procedura dal costo di 3 milioni di euro per il solo 2016. La stessa cifra avrebbe potuto invece essere impiegata per bandire 536 RTDb in più ogni anno, aumentando del 68.8% la quota prevista dal Piano Nazionale della Ricerca, e portando il numero di RTDb banditi ogni anno a circa 1.300.

La valutazione che diamo di questo provvedimento non può dunque che essere negativa. Siamo di fronte all’ennesima misura che rifiuta di affrontare i noti e decennali nodi dell’università italiana, per porre invece le premesse di un accentramento delle politiche di reclutamento nelle mani del governo, rendendole più incerte e opache. Il rischio è quello di barattare il ritorno di poche centinaia di “eccellenti” con il futuro di svariate migliaia di giovani ricercatori. Un modello “eccezionalmente” pericoloso che rischia di rappresentare la premessa di uno “stato di eccezione permanente” del reclutamento universitario, al quale l’ADI si opporrà con fermezza.