Arresti nelle università: perchè la Riforma Gelmini ha incentivato il clientelarismo

by / Commenti disabilitati su Arresti nelle università: perchè la Riforma Gelmini ha incentivato il clientelarismo / 1516 View / 26 settembre 2017

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Praticamente non abbiamo più docenti in un intero settore disciplinare, quello del diritto tributario. Nella maxi inchiesta per corruzione nella gestione del concorso per ricevere l’abilitazione scientifica per l’insegnamento universitario in diritto tributario sono più di cinquantanove i sospettati, di cui sette arrestati e ventidue interdetti dall’esercizio della professione per un anno, provenienti da diverse università del Paese. Molti di questi docenti sono anche pubblici ufficiali, perchè nominati in diverse commissioni di garanzia.

Le indagini sono partite dalla denuncia di un ricercatore fiorentino, che ha subito forti pressioni per ritirarsi dal concorso per l’abilitazione scientifica nazionale in quanto maggiormente qualificato rispetto al “protetto”, a cui i docenti avrebbero assicurato l’abilitazione. La gestione clientelare nella possibilità di far carriera nelle università pubbliche non è certo una novità; tra gli ultimi episodi c’è la denuncia dei ricercatori dell’università Tor Vergata di Roma, per cui è stato denunciato lo stesso Rettore, che ha svolto chiamate personali alla docenza. Questa maxi indagine arriva in un momento particolare per le università del Paese in cui impera il dibattito sulla valutazione e sul “merito” delle università.
Proviamo ad indagare meglio in che contesto si inserisce questa brutta vicenda, partendo un po’ da lontano, col nostro sguardo, senza pretese di esaustività e soprattutto senza alcuna generalizzazione.

La prima questione da cui c’è l’obbligo di cui partire è il sottofinanziamento dell’università italiana. E’ dai tagli della Riforma Gelmini che, senza soluzione di continuità con i governi successivi, l’università è in macerie, senza risorse, senza possibilità di prospettive e continuamente sul filo della sopravvivenza. Prima della riforma il Governo avviò un’invadente campagna comunicativa di diffamazione dell’università, sulla sua inutilità sul profilo lavorativo e sulla necessità di contrastare i baronati per premiare il “merito”. Così si è giustificato un taglio di dieci miliardi di euro al finanziamento universitario che ha portato a circa 10.000 cattedre in meno in tutto il Paese. La riduzione delle finanze ha prodotto la riduzione del numero complessivo degli studenti (che ci vede penultimi in europa), l’abbattimento delle borse  di dottorato disponibili, e ovviamente il crollo del numero dei ricercatori e dei docenti. In questo contesto i meritevoli, come piace chiamarli a qualcuno, scappano all’estero, e proseguono la carriera accademica negli altri paesi d’Europa e del mondo, in cui esistono più posti, maggiori prospettive, un clima lavorativo migliore e, non ultima, una retribuzione adatta al lavoro svolto. Non stiamo dicendo certo che chi resta nelle università italiane sia parte integrante di un sistema clientelare, ma che la riduzione dei fondi ha ridotto le possibilità di fare ricerca e che il sistema clientelare che si voleva abbattere è ancora in piedi, e che a rimetterci è stata la didattica, la ricerca, la docenza di qualità, ridotte sul lastrico.
La Riforma Gelmini aveva promesso l’abbattimento del baronato attraverso un imparziale modello di valutazione, basato su dati oggettivi e numerici, eliminando la soggettività delle scelte decretando la fantasmagorica vittoria dell’imparzialità algoritmica: è così che è nato il mostro dell’ANVUR, massima espressione della logica punitiva/premiale. In realtà, questo sistema, che ha un ruolo anche nella selezione dei docenti che costituiscono le commissioni giudicatrici dell’abilitazione (i membri devono rispettare dei parametri di pubblicazione stabiliti dall’ANVUR) altro non fa che avvantaggiare sistemi di potere già esistenti, senza avere nessuna capacità di valutare realmente la qualità della ricerca universitaria e trasformando la ricerca universitaria in un inseguimento della valutazione adatta, delle citazioni giuste, anziché del risultato. Il fallimento dell’ANVUR è un dato di fatto anche per coloro i quali entusiasticamente ne annunciavano la nascita e questo nuovo scandalo non fa che rimarcare l’incapacità di quest’organo non solo di valutare, ma anche di svolgere una funzione che garantisca imparzialità.

La risposta dell’ultimo Governo Renzi  alla questione del reclutamento è la proposta delle Cattedre Natta, vere e proprie cattedre di governo in cui i nomi vengono scelti da un collegio nominato dal Governo, con chiamata diretta, senza nessun intermediario (bel modo eh, per scegliere i docenti?). La stessa orrenda, antidemocratica proposta si legge anche oggi sui giornali, come se la risposta sensata al sistema di corruzione e familismo potesse essere  il potere di chiamata in mano a pochi.


Da parte nostra la risposta banale, ma non banale, è la democrazia. La capacità di tornare a discutere delle scelte strategiche e di reclutamento all’interno degli organi, di costruire meccanismi di valutazione adatti, dialettici, senza algoritmi ANVUR e fondati sulla cooperazione e non la competizione tra diversi dipartimenti e diversi atenei. Il sistema baronale si fonda su meccanismi vassallatici, di fedeltà e obbedienza al barone, e per abbatterli è necessario liberare l’università dalle gerarchie, rifondarla sulla libertà piena di tutti e tutte non solo per l’esercizio della professione, ma sulla libertà di espressione, di partecipazione democratica, di attività.
Per far ciò è necessario rifinanziare in blocco l’università pubblica, eliminare le posizioni di debolezza derivante dal precariato, dare dignità anche salariale ad ogni componente universitaria, possibilità di prospettive. Questi solo alcuni dei temi che stiamo portando nelle tante assemblee che in questo inizio autunno si stanno moltiplicando negli atenei e che chiedono, con decisione, un netto cambio di rotta.