Appello: verso il 16 ottobre, contro la crisi e la precarietà

Appello: verso il 16 ottobre, contro la crisi e la precarietà

by / Commenti disabilitati su Appello: verso il 16 ottobre, contro la crisi e la precarietà / 41 View / 19 settembre 2010

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Appello pubblicato su il Manifesto di domenica 19 settembre

La crisi che il mondo sta attraversando è “strutturale”, riguarda cioè l’intero sistema capitalistico ed è il prodotto di tante “crisi”: da quella dei dispositivi economici che hanno nella finanza il loro epicentro, a quella ecologica e climatica che determina sempre più drammaticamente gli effetti sulla nostra vita della devastazione ambientale, alla crisi alimentare per tanta parte del pianeta, fino alla crisi energetica e di accesso ai beni comuni come l’acqua.

La crisi attraversa stravolge tutte le sfere, innanzitutto quella della democrazia e della libertà, porta alla precarizzazione di massa e alla redistribuzione della ricchezza dal lavoro alla rendita e al profitto, con una ridefinizione dei valori e dell’etica che stanno alla base di ogni ipotesi di società, in cui prevalgono individualismo ed egoismo.

Se le condizioni che ci hanno portato a questa situazione continuassero ad essere riprodotte, risulta evidente l’impossibilità di pensare ad un mondo più giusto, possibile e vivibile per tutti.

Per gli apologeti del mercato e del capitalismo, nella crisi si presenta la possibilità di cancellare qualsiasi diritto sociale e di aumentare la rapina delle risorse naturali per all’arricchimento di pochi a scapito della miseria di molti.

E’ parte di questo processo globale, che tutto riconduce ad una dimensione di merce, la progressiva instabilità nell’approvvigionamento delle materie prime e delle fonti energetiche fossili (per loro natura limitate), che può diventare il pretesto per un insensato ritorno al nucleare e alle guerre come ridefinizione degli assetti internazionali.

E’ questo sistema produttivo e di sviluppo, basato sulla competizione sui costi e sulla bassa qualità, che è in crisi. Ma invece di una riconversione rivolta alla qualità dei prodotti, alla loro compatibilità ambientale, all’uso razionale delle risorse energetiche, che avrebbe bisogno di investire di più sulla qualificazione del lavoro e sulla conoscenza, si continua a tagliare sul costo del lavoro e dei suoi diritti, con il tentativo di ridurre il lavoro da specifica attività umana alla condizione di merce tra le merci, di mettere al lavoro la vita intera. “La lotta di classe di Marchionne” è esattamente questo.

Gli effetti della crisi, quelli che sentiamo sulla pelle da Pomigliano a Melfi, alla devastazione ambientale delle basi petrolifere nel Golfo del Messico, alle scuole e alle università senza finanziamenti, dallo smantellamento del welfare, alla privatizzazione dell’acqua, sono in realtà il prodotto preciso dell’utilizzo che di essa viene fatto da una parte, quella di chi è ai vertici, delle aziende, dei governi, delle istituzioni europee, delle banche su base locale e globale. La precarietà a cui siamo tutti sottoposti, noi e il pianeta, è il prezzo da pagare alla loro idea di società.

In questo quadro è urgente immaginare delle vie d’uscita che per essere efficaci, devono non solo permetterci di resistere ma anche di immaginare un’altra società, un altro modello di sviluppo e di consumo, un altro modo di vivere incentrato su valori e diritti capaci di essere rinnovati invece che cancellati.

Pochi mesi ci separano dai dieci anni da Genova 2001. Lo “spirito di Genova”, quello che ci ha fatto stare insieme allora, tanti e diversi, per “un altro mondo possibile”, ritorna oggi ad essere indispensabile.

Se ci affidassimo solo ai “conflitti” che la crisi oggettivamente provoca, non è detto che essi non diventino guerre fra poveri, razzismo, xenofobia, individualismo.

Se non ci ponessimo il problema di “ricomporre” le tante resistenze che nascono dai processi in atto nella scuola, nell’università e per l’intero ciclo della formazione, nel lavoro di fabbrica e nelle nuove forme del lavoro autonomo, interinale, a chiamata, consegneremmo all’oblio o peggio alla sconfitta ognuna di queste.

Allo stesso modo la lotta contro la privatizzazione dell’acqua e per i beni comuni ci parla direttamente di un’altra idea di società, che deve investire anche altri ambiti, ivi compresa la produzione, per cogliere la profondità di ciò che è in atto, e che appunto non è “scomponibile” in settori.

Come a Genova, dobbiamo essere in grado, e questa è la sfida, di creare un piano comune: finalizzato alla piena e buona occupazione, alla validazione democratica delle piattaforme dei contratti per tutte le lavoratrici e i lavoratori, a un reddito di cittadinanza e formativo; dove l’ecologia serva a progettare un nuovo modo di produrre e vivere; il lavoro non venga inteso come un generico “valore” ma si riempia di concretezza, affrontando di volta in volta le sue condizioni e i suoi esiti sulla vita di chi lo compie e dell’ambiente sociale e naturale che lo circonda. Così come i diritti delle donne, degli uomini e dei bambini migranti non possono essere relegati a “questione umanitaria”, poiché la loro cancellazione modifica il concetto stesso di democrazia in cui viviamo.

Ricomporre non significa, dunque, fare la sommatoria. Vuol dire invece produrre nuovi paradigmi, sociali e ambientali, attorno ai quali creare un immaginario che descriva la nostra idea di società, contrapposta a quella delle classi dominanti. Solo la forza di questo processo di movimento e in movimento, può rende forti e possibili tutte le battaglie che abbiamo di fronte.

Su questi presupposti noi ci sentiamo di lanciare un appello a tutti perché le prossime importanti mobilitazioni, da quella a Bruxelles il 29 settembre fino alla manifestazione nazionale a Roma indetta dalla Fiom il 16 ottobre, possano essere già una prima, fondamentale, occasione.

Proponiamo una campagna di mobilitazione che parta dalla presenza a Bruxelles e arrivi fino alla partecipazione collettiva alla manifestazione del 16 ottobre a Roma, considerando quest’ultima come uno spazio in cui diverse forme di aggregazione e lotta e anche singoli individui, dagli studenti ai migranti, dai ricercatori agli ambientalisti, da chi lotta per il diritto alla casa e contro le speculazioni fondiarie a chi si batte contro la crisi climatica, a coloro che vivono lo sfruttamento delle vecchie e nuove forme del lavoro, ai comitati a difesa dei beni comuni fino alle realtà che si mobilitano a difesa dei diritti umani e contro la guerra, possano trovare forza e visibilità uniti.

Uniti contro la crisi è la condizione comune da cui tutti partiamo per costruire qualcosa di diverso, migliore. Inoltre crediamo importante darci un nuovo appuntamento, dopo la manifestazione di Roma, per condividere il cammino futuro.

Beppe Allegri, Andrea Alzetta, Francesco Brancaccio, Loris Campetti, Luca Casarini, Daniele Codeluppi, Paolo Cognini, Giorgio Cremaschi, Giuseppe De Marzo, Gian Marco De Pieri, Alex Foti, Claudio Franchi, Don Andrea Gallo, Max Gallob, Maurizio Gubiotti, Giulio Marcon, Vilma Mazza, Antonio Musella, Fabrizio Nizzi, Francesco Raparelli, Claudio Riccio, Gianni Rinaldini, Tito Russo, Massimo Serafini, Luca Tornatore, Guido Viale