ancora liberi di solcare il mare: riflessioni sul 14 dicembre

ancora liberi di solcare il mare: riflessioni sul 14 dicembre

by / Commenti disabilitati su ancora liberi di solcare il mare: riflessioni sul 14 dicembre / 27 View / 16 dicembre 2010

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Premessa: di fronte alla mobilitazione del 14 dicembre non ci interessano le condanne, i giudizi e le prese di posizione mirate alla collocazione nel dibattito politico interno ed esterno al movimento studentesco. Ciò che ci interessa è analizzare quello che è successo, capirne ragioni e modalità, fornire a chi non era in piazza gli strumenti per costruirsi un’opinione, e aprire un ragionamento collettivo su come non disperdere le energie, le esperienze e la determinazione accumulate da questo straordinario movimento nel corso dei lunghi mesi di impegno comune.

 

 

Il 14 dicembre si è celebrato a Roma il funerale della democrazia parlamentare italiana. Un governo privo di una maggioranza politica se l’è comprata al mercato. La distanza siderale che separa le istituzioni rappresentative della Repubblica dalla realtà quotidiana degli uomini e delle donne di questo paese era nota ormai da tempo, e il voto di ieri, palesemente falsato da mercanteggiamenti che nulla hanno a che vedere con le istanze sociali che il parlamento dovrebbe rappresentare, equivale alla certificazione notarile di questo processo. In un momento di crisi come questo, la politica istituzionale dovrebbe avere la saggezza di aprire grandi dibattiti collettivi e di valorizzare i meccanismi di partecipazione di cui le parti più attive della società autonomamente si dotano. Ma i movimenti sviluppatisi negli ultimi mesi sui temi dei saperi, del lavoro, dei beni comuni non hanno trovato interlocutori all’altezza all’interno di un Palazzo sempre più avviluppato in un dibattito autoreferenziale e incapace di riflettere ciò che si muove nella realtà. La compravendita dei voti parlamentari ha reso evidente quanto i nessi della delega e della rappresentanza siano ormai saltati, e il fossato tra istituzione e realtà è stato ben rappresentato dallo spropositato schieramento di polizia che ha blindato la città facendo il vuoto intorno ai palazzi del potere.

Il parlamento assediato più volte negli ultimi giorni, il centro di Roma trasformato in una «zona rossa» per impedire agli studenti di portare la propria voce sotto alle finestre di Montecitorio. Questa immagine è l’istantanea della democrazia italiana così come 15 anni di berlusconismo l’hanno ridotta.

Ma qualcosa si è mosso in quest’autunno. Il silenzio di una politica muta e sorda è stato riempito dalle voci di centinaia di migliaia di studenti, mobilitati in difesa dell’università pubblica e determinati a riprendersi il presente per costruire il futuro.

 

 

 

Il vuoto triste nei palazzi del potere, la felicità collettiva nelle strade. Questo è stato l’autunno delle studentesse e degli studenti, dall’8 ottobre degli studenti medi al 16 ottobre della difesa di lavoro e beni comuni insieme alla Fiom, dall’assemblea di movimento del 17 ottobre alle cento piazze del 17 novembre, dall’irruzione sulla scena politica del 24 novembre alla riappropriazione del nostro patrimonio culturale il giorno successivo, fino al blocco di ferrovie e autostrade in tutto il paese il 30 novembre e alla smisurata partecipazione del 14 dicembre.

 

La giornata del voto sulla fiducia dev’essere raccontata e ricordata prima di tutto come una straordinaria occasione di mobilitazione, in cui gli studenti e le studentesse di tutta Italia sono scesi in piazza in una quantità con rari precedenti nella storia del movimento studentesco e con una determinazione finora sconosciuta a questa generazione. Nei nostri occhi resteranno per sempre le immagini di un corteo studentesco che imbocca via dei Fori Imperiali con la coda ancora a Castro Pretorio, di migliaia di studenti e studentesse che attraversano l’Italia di notte su pullman autogestiti e autofinanziati, di ragazzi e ragazze che, di fronte alle violentissime cariche della polizia, non smarriscono il senso della loro appartenenza solidale a una comunità in mobilitazione. L’eredità dell’Onda e i lunghi mesi di informazione, sensibilizzazione e organizzazione contro il ddl Gelmini hanno portato il movimento studentesco a un livello di consapevolezza e radicalità di cui non possiamo non essere orgogliosi. Sarebbe sbagliato attribuire l’ampiezza e la profondità delle mobilitazioni di queste settimane a un dato episodico e quasi casuale. Si tratta invece del risultato di 3 anni di lavoro nella costruzione di uno stato di mobilitazione continua, anche se carsica e non sempre resa visibile da media disattenti nei confronti delle mille vertenze territoriali che attraversano l’università italiana, e di un’elaborazione capace di allargare il proprio discorso sulla difesa dell’università pubblica fino a investire i nodi centrali delle società contemporanea, dai beni comuni alla precarietà del lavoro, ponendosi come soggetto centrale dell’opposizione sociale.

 

In questa situazione, d’altra parte, cedere all’esaltazione del dato conflittuale sarebbe un errore di superficialità grossolano e pericoloso. Nelle strade del 14 dicembre, intorno e dentro quella grandiosa e gioiosa manifestazione, si sono incrociati due fenomeni diversi, da non confondere e da non sottovalutare. Da una parte c’è stata l’azione scientificamente pianificata di gruppi organizzati che hanno consapevolmente deciso di adottare iniziative all’esterno di quanto il movimento studentesco, nei suoi luoghi decisionali plurali e riconosciuti, ha assunto come propri in questa giornata di mobilitazione e nelle precedenti. Porsi alla testa del corteo, superando cordoni e striscioni, per poter tentare di dirigerlo forzatamente verso i propri obiettivi invece che verso quelli condivisi; utilizzare le studentesse e gli studenti in corteo come copertura per gli assalti alle vetrine e alle auto parcheggiate; armarsi di spranghe, pietre e bottiglie, determinando uno squilibrio di potere nei confronti di qualsiasi altro manifestante e abbattendo quindi ogni possibilità di confronto democratico interno al movimento, significa prendere le distanze dal movimento stesso così come si è sviluppato e continua a svilupparsi nelle migliaia di assemblee popolate dagli studenti e dalle studentesse di tutti gli atenei d’Italia.

 

Non sono nostro stile né nostra consuetudine la condanna, la denuncia, la dissociazione. Siamo parte integrante e attiva del movimento studentesco, e tutto ciò che vi accade ci riguarda e ci richiama alle nostre responsabilità, al dovere della solidarietà e all’impegno nella lotta comune. Dobbiamo avere il coraggio di respingere tutto ciò che mina l’unità e l’efficacia del movimento, dalle ridicole dissociazioni postume di chi di questo movimento non è mai stato parte, fino a tutte le iniziative che, come abbiamo spiegato, rappresentano una presa di distanza dal movimento da parte di chi le ha adottate. L’unità del movimento si costruisce nelle assemblee come luoghi di discussione plurali e riconosciuti e va salvaguardata contro tutte le trappole, da una superficiale divisione buoni-cattivi o violenti-nonviolenti che non tenga conto della reale condivisione delle pratiche di movimento, ai tentativi di fuga in avanti non concordati, che servono solo alla visibilità di chi li compie, trattando gli studenti e le studentesse in mobilitazione come uno strumento di propaganda e non come un soggetto sociale attivo.

 

Dall’altra parte, è innegabile che a queste iniziative si siano aggiunti, in forme e intensità diverse, che vanno dalla partecipazione attiva agli scontri, all’autodifesa di fronte all’offensiva della polizia, fino al supporto morale ed emotivo, i molti studenti e studentesse che sono rimasti in piazza del Popolo anche durante le cariche, mentre il grosso del corteo, non senza difficoltà, si ricomponeva sul Muro Torto. La rabbia dimostrata dagli studenti a piazza del Popolo contro l’irruzione di polizia e guardia di finanza è un dato che va analizzato e compreso con attenzione, evitando semplificazioni e schematismi dettati dalla suggestione dell’insurrezione europea o dalla ridicola etichetta giornalistica di «black block».

 

La strumentalizzazione del corteo da parte di gruppi organizzati di cui sopra, che pure c’è stata, non spiega tutto. C’è stato, in molti tra i manifestanti, un atto di rifiuto esplicito della propria condizione presente e della percepita impossibilità di cambiarla. C’è stato un “no” gridato in coro, somma dei molti “no” che da tempo abbiamo iniziato a dire.

 

Quella espressa nella piazza del 14 dicembre è la rabbia di molti tra i nostri coetanei, al di là della rappresentatività, non misurabile, di chi è rimasto in piazza rispetto al totale degli studenti mobilitati. È la rabbia di una generazione cresciuta sotto la cappa oppressiva di una politica completamente impermeabile alle istanze sociali, ai bisogni e ai desideri, cresciuta nella crisi di ogni forma di rappresentanza e mediazione sociale come di ogni forma di appartenenza collettiva, cresciuta nel generale clima di impoverimento culturale che ha investito il nostro paese. È la rabbia di una generazione che ora attraversa la più grande crisi economica degli ultimi decenni, che, per prima, è investita in maniera totalizzante dal fenomeno della precarietà e dalla prospettiva di condizioni di vita peggiori rispetto a quelle dei propri genitori, che non vede ancora la luce in fondo al tunnel del declino e del lavoro schiavista.

 

L’esplosione di rabbia non ci avvicina all’uscita dal tunnel, dobbiamo esserne consapevoli. Non condannare non significa illudersi che il cambiamento possa arrivare in questo.

 

È fintamente ingenuo e perbenista considerare questa rabbia una malattia da debellare, ma è illusorio e irresponsabile considerarla la cura. Questa rabbia è un sintomo della crisi profonda che attraversa la nostra generazione. Non va repressa poliziescamente né esaltata suggestivamente, ma analizzata e indagata politicamente. Il sentimento di rabbia e frustrazione diffuso tra gli studenti non giustifica né legittima alcuna strumentalizzazione di studenti inesperti e impreparati di fronte alle dinamiche della piazza. Più che esaltare a posteriori la rabbia degli studenti, sarebbe utile coinvolgerla a priori in processi decisionali ampi, in grado di valorizzare il contributo di tutti. Il movimento deve assumersi la responsabilità di ciò che avviene nelle proprie piazze e impegnarsi a tutelare collettivamente chi partecipa alle mobilitazioni. Gli studenti e le studentesse sono soggetti sociali in movimento, non carne da macello. In queste settimane abbiamo saputo ben coniugare forme di lotta radicali con la necessità imprescindibile di mantenere l’unità e l’ampiezza del mondo studentesco e di costruire un consenso generalizzato nell’opinione pubblica. Il tema delle pratiche non va derubricato a questione tecnica ma investe nodi pienamente politici e deve quindi diventare oggetto di un dibattito collettivo ampio e partecipato.

 

Più in generale, la costruzione di grandi iniziative di mobilitazione non può prescindere dalla condivisione collettiva di ogni dettaglio in un percorso comune che veda la partecipazione di tutti i soggetti territoriali coinvolti. La radicalità delle pratiche di conflitto dev’essere ragionata responsabilmente e collettivamente e deve svilupparsi in direzioni che perseguano l’allargamento del consenso sociale intorno al movimento e non pericolose involuzioni autodistruttive. L’unità e l’ampiezza del movimento sono allo stesso tempo la sua forza e il migliore anticorpo contro ogni degenerazione.

 

Non dobbiamo cadere in alcuna provocazione né far determinare dalle questure il nostro modo di stare in piazza. L’escalation repressiva, i fermi ripetuti nelle scorse settimane, le cariche della polizia nei giorni precedenti e la trappola della «zona rossa» costituiscono un dispositivo di provocazione teso a determinare pratiche di piazza che giustifichino, agli occhi dell’opinione pubblica, un’ulteriore repressione. Esprimiamo solidarietà a tutti coloro che sono colpiti da provvedimenti repressivi, chiediamo l’immediato rilascio di tutti i fermati e richiamiamo l’attenzione dell’opinione pubblica democratica sulla grottesca caccia all’uomo che si è svolta per le strade di Roma per molte ore dopo la fine degli scontri.

 

Se il movimento si deve assumere la responsabilità di tutelare i manifestanti, allora la solidarietà non può arrivare dopo la repressione, ma dev’essere un dato costante e preventivo. Il percorso di maturazione politica generato dalle mobilitazioni di questi anni non è stato però sterile. L’individualismo e la rassegnazione non sono sentimenti dominanti e totalizzanti. Nella volontà di non arretrare finché l’ultimo dei propri compagni non fosse al sicuro, nel cercarsi l’un l’altro anche nei momenti di maggiore caos, nella tenuta di un sentimento di appartenenza comune anche e soprattutto di fronte al pericolo, si scorgono le tracce di una solidarietà collettiva che ha smentito gli osservatori che da anni vaneggiano di una generazione bruciata dalla competizione e dalla guerra tra poveri.

 

Quella del 14 dicembre è la rabbia di una generazione che domanda con forza, che rompe gli schemi, che non riceve risposte, una generazione che si trova quasi sempre sola, ma che nonostante ciò trova la forza di ricercare e riaffermare una dimensione collettiva delle lotte, della politica; una dimensione collettiva che è emersa anche nella determinazione dei tantissimi studenti che sono rimasti in Piazza del Popolo, nella loro reazione istintiva, nella lucidità di non cedere al «si salvi chi può».

 

In queste settimane abbiamo riscoperto la politica come una dimensione di tutti e di ciascuno, qualcosa di cui siamo stati troppo a lungo espropriati. Abbiamo fatto vivere la politica nelle strade, bloccando i binari, le autostrade, occupando i monumenti di questo Paese in rovina, abbiamo visto la politica morire sotto il fruscio assordante delle banconote di corruttori e corrotti. Abbiamo per anni subito un disegno scientifico fondato su una egemonia a-culturale, siamo stati definiti dagli stessi agenti della propaganda di tale disegno una generazione senza sogni e bisogni. Abbiamo smentito tutti, non solo il 14 dicembre, ma nei lunghi mesi di mobilitazione che abbiamo tutti insieme contribuito a costruire.

 

Per questo ci rattristano “vecchi e nuovi maestri” che con presunzione e arroganza pretendono di dispensare lezioni su cosa è lecito e cosa no, sulle prospettive da intraprendere e su progetti politici verso cui tendere. L’Italia che ci avete consegnato è un’Italia di merda e noi, a maggior ragione dopo la dimostrazione di autonomia e forza del nostro movimento, non siamo disposti ad accettare lezioni da chi ha consegnato il nostro Paese al pensiero unico, alla deriva reazionaria, al berlusconismo come egemonia culturale e politica. Noi abbiamo ancora la convinzione di poter vincere, e siamo convinti di poterlo fare partendo da noi stessi, dalla costruzione di una nuova pratica quotidiana capace di cambiare davvero la politica, vivendola quotidianamente con i nostri corpi e le nostre menti, i nostri sogni e i nostri bisogni e non giudicandola con salomonica presunzione.

 

La rabbia del 14 dicembre ci interroga tutti. Questa rabbia non va cavalcata né strumentalizzata, ma inserita in un circuito virtuoso di partecipazione che sappia superare la dimensione della rassegnazione e della sconfitta. Come recitava uno striscione per le strade di Torino: “Noi siamo speranza”. Se Mario Monicelli, in una nota intervista ha dichiarato: “La speranza è una trappola inventata dai padroni”, noi dobbiamo essere consapevoli che gli automobilisti bloccati nel traffico che ci hanno applaudito e abbracciato, le signore affacciate alle finestre, i passeggeri sui treni fermi in stazione hanno sperato, e stanno ancora sperando grazie a noi tutti. La speranza può diventare una trappola per i padroni di questa Italia sfigurata, umiliata e offesa.

 

Noi non ci sentiamo sconfitti, avevamo davanti due alternative: staccare la spina all’Italia e partire, andarcene, lasciandola morire lentamente mentre invecchia, lasciandola andare alla deriva, oppure continuare a lottare per cambiarla. Sapevamo già che fuggire è semplice, basta salire su un aereo e non voltarsi a guardare. Ora sappiamo che è giusto restare, mettere in fuga questa classe dirigente, e costruire una concreta alternativa alla fuga. Noi stessi, noi studentesse e studenti, siamo l’alternativa alla fuga.

 

Essere l’alternativa significa assumere il cambiamento come obiettivo costante da praticare quotidianamente nelle nostre mobilitazioni. Significa rifiutare ogni estetica del conflitto fine a se stesso, respingere le sirene di chi ci invita a tornare a casa e affrontare il tema della pratiche dal punto di vista della loro efficacia concreta rispetto al cambiamento che vogliamo produrre.

 

Sottoporre le pratiche finora adottate dal movimento studentesco alla prova dell’efficacia è un esercizio utile, ma tale metodo va adottato per tutte le forme di lotta proposte. Nessuna rabbia e nessuna esaltazione possono essere alibi per farci perdere di vista i nostri obiettivi. Il nostro obiettivo è sempre la produzione di un cambiamento, e nessun dato estetico può distrarci dalla lucidità necessaria a riconoscere quando le pratiche che utilizziamo ci avvicinano o ci allontanano dall’obiettivo.

 

Rifiutare convintamente, ad esempio, come facciamo da sempre, l’utilizzo delle spranghe o l’incendio delle auto, non risponde solo al buonsenso e alla nostra storia, ma anche alla prospettiva di incidere realmente sulla realtà che ci circonda. La pratica del cambiamento dev’essere la bussola del nostro agire politico, se intendiamo evitare di finire alla deriva come la classe dirigente del nostro paese. Per dimostrare che non torniamo indietro, che non ci facciamo dividere né reprimere né strumentalizzare, per rispondere all’offensiva violenta del potere che arriva ad attraversarci nelle nostre stesse contraddizioni, per costruire un’alternativa alla fuga, abbiamo il compito di non arretrare di un passo e di mettere un piede avanti all’altro nel cammino comune dell’alternativa. La nostra speranza è troppo forte per essere fermata.

 

«Fratelli miei, non ci hanno vinti. Siamo ancora liberi di solcare il mare».

 

15 dicembre 2010


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