AL DI LA’ DEI GIOCHI DI GOVERNO, BASTA DISUGUAGLIANZE TRA ATENEI: SI RILANCI REALMENTE IL SISTEMA UNIVERSITARIO ITALIANO

by / Commenti disabilitati su AL DI LA’ DEI GIOCHI DI GOVERNO, BASTA DISUGUAGLIANZE TRA ATENEI: SI RILANCI REALMENTE IL SISTEMA UNIVERSITARIO ITALIANO / 45 View / 21 maggio 2019

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In queste settimane il dibattito universitario è stato caratterizzato da un’aspra discussione su una bozza di decreto ministeriale, ormai conosciuta come proposta Livon a seguito della sua pubblicazione da parte di ROARS, che porterebbe a cambiamenti estremamente significativi nel sistema universitario italiano. Il decreto, infatti, andrebbe ad intervenire direttamente sul meccanismo dell’autonomia universitaria, creando un regime in deroga, su richiesta, soltanto per alcuni Atenei italiani. Questo progetto, che sarebbe dovuto rimanere riservato, una volta rivelato è stato già oggetto di un accesa discussione, sia nell’accademia che al ministero, e, secondo notizie di stampa, è arrivato a portare al recente trasferimento dello stesso Daniele Livon dal MIUR all’ANVUR.

Per quanto sia improbabile che il decreto venga a breve riproposto, essendo stato rinnegato dallo stesso capo dipartimento dell’Università del MIUR, Giuseppe Valditara, i suoi contenuti rilevano preoccupanti prospettive che risultano comunque rappresentative dello stato della discussione che si sta svolgendo al ministero. Come studenti, non siamo certo difensori dell’attuale sistema di autonomia universitaria, anzi siamo i primi a denunciare come questo da un lato non riesca a garantire una reale voce ai bisogni di tutte le componenti e dall’altro invischi gli Atenei in estenuanti procedure burocratiche e valutative. Il modello dell’autonomia universitaria differenziata presenta, tuttavia, potenziali rischi che potrebbero far emergere ulteriori criticità per l’università italiana, in primo luogo un incremento delle diseguaglianze specie tra Atenei meridionali e settentrionali.

L’idea della proposta Livon è estremamente semplice, ma non meno dirompente all’interno del sistema. Si collega alla presenza di alcuni requisiti di merito la facoltà premiale per l’Ateneo di accordarsi con il MIUR per un piano in deroga con gli assetti organizzativi e di accreditamento previsti a seguito della 240/10. Per quanto in apparenza questo possa sembrare un superamento delle molte rigidità e incongruenze della Riforma Gelmini, in realtà finisce per accentuare i peggior difetti di modelli di gestione dell’Università autonomi e accentrati. Per gli atenei di Serie A, ci sarà libertà di sperimentare nuovi organi di governo, la possibilità di costituire dipartimenti in deroga alle numerosità minime, libertà di istituire corsi di laurea e corsi di dottorato senza onerosi accreditamenti. Ma soprattutto tanta libertà di differenziare il trattamento dei docenti: incentivi per trasferimenti anche entro le regioni, via libera alle doppie affiliazioni di docenti in servizio presso atenei stranieri, gestione locale delle chiamate dirette, negoziazione dei compiti didattici e di ricerca, maggiori possibilità di sperimentare forme premiali e incentivi economici per differenziare gli stipendi.

La presenza di numerosi requisiti di merito rappresenterebbe, innanzitutto, un profondo condizionamento, aggiuntivo rispetto ai molti già esistenti, per gli Atenei italiani. La libertà ad essi attribuita sarebbe, quindi, limitata alla sfera meramente organizzativa, predeterminando al contrario in maniera incisiva gli obiettivi che le università dovrebbero raggiungere. L’allentamento del controllo centrale si rivelerebbe, dunque, sostanzialmente fittizio e muterebbe soltanto il sistema procedurale di controlli dell’autonomia degli Atenei, senza peraltro che con ciò il livello ministeriale si assuma la responsabilità di una aperta politica universitaria.

Gli stessi requisiti previsti non sono peraltro esenti da critiche. Per la misurazione dei “risultati di elevato livello nel campo della ricerca” ritornano centrali i punteggi della VQR, sui quali il MIUR stesso stava al contrario iniziando a mostrare iniziali segni di scetticismo rispetto alla loro affidabilità. Ad oggi le valutazioni di sede sono finalizzate esclusivamente ai processi di accreditamento e non sono agganciate a nessun meccanismo di natura premiale. Un cambiamento di questa portata ne snaturerebbe evidentemente la funzione, peggiorando gli effetti discriminatori giá insisti nel meccanismo di accreditamento attraverso l’uso improprio di un procedimento che, per la sua complessità e per lo stato di avanzamento ancora discutibile, non risulta idoneo agli scopi indicati dal decreto.

Assolutamente non condivisibili sono, infine, i requisiti di “Stabilità e sostenibilità di bilancio”. In un assetto fortemente diversificato, anche a livello geografico, come quello del sistema universitario italiano, quest’ultima scelta amplifica ancor di più la scelta, già in parte determinata dagli altri due criteri, di riservare questa misura soltanto, almeno in una prima fase, agli Atenei che vantano condizioni di partenza migliori. Ciò porterebbe ancora di più al formarsi di un’Università a doppia velocità in cui pochi possono sperimentare soluzioni innovative, mentre gli altri, specie nel Sud Italia, sono costretti a subire le pastoie del modello attuale, accumulando ulteriore svantaggio.

Per queste ragioni riteniamo che l’idea di un’autonomia differenziata delle Università sia estremamente rischiosa e siamo fortemente contrari ad un’eventuale riproposizione del progetto come presentato nella bozza Livon. Come studenti chiediamo invece un completo ripensamento della riforma Gelmini, che riformi l’autonomia universitaria mettendo al centro tutte le componenti e ci liberi dai vincoli di una burocrazia pesante e invasiva. Allo stesso tempo saremo sempre impegnati, nelle aule e nelle piazze, per chiedere che siamo messo al centro delle politiche universitarie il tema delle diseguaglianze territoriali, affinché non si premino pochi virtuosi ma si assicurino, in ogni Regione di Italia, didattica e ricerca libere e un’altra idea di Università gratuita e finanziata.