A volte ritornano – La nostra rispota ad Andrea Ichino

A volte ritornano – La nostra rispota ad Andrea Ichino

by / Commenti disabilitati su A volte ritornano – La nostra rispota ad Andrea Ichino / 20 View / 28 maggio 2011

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L’interrogazione parlamentare presentata il 18 maggio 2011 da alcuni parlamentari delle diverse opposizioni (Pd, UDC, FLI) in merito a un aumento strutturale – senza alcun limite – delle tasse universitarie e un interveneto a tutela del “diritto allo studio” con la concessione di Prestiti d’onore, ha aperto un dibattito giornalistico dove opinionisti e accademici stanno dando fondo al repertorio di luoghi comuni sul sistema universitario italiano.

 

Dopo alcuni mesi dall’approvazione della Riforma Gelmini, contro la quale sono scesi in piazza migliaia di studenti e di ricercatori, preoccupati per lo stato di sottofinanziamento del sistema universitario nazionale, per lo smantellamento degli interventi a sostengono del diritto allo studio e per la re-introduzione delle forme di prestito d’onore, sulla stampa si riapre il dibattito per aprire ad un incremento della tassazione nelle Università italiane sul modello inglese, che prevede tasse fino a 9.000 sterline, che tanto ha fatto discutere.

Ieri mattina Andrea Ichino, fratello del primo firmatario della proposta Pietro, ha offerto un ulteriore contributo per corroborare questa opinione contro “l’opposizione ideologica ottusa e preconcetta, costruita su una descrizione fuorviante e infondata della proposta”.

In un articolo pieno di presupposizioni errate è arrivate a sostenere che un aumento delle tasse limitato alle fasce più abbienti non costituisca un apporto sufficiente al finanziamento del sistema universitario italiano che, secondo il giornalista, in ogni caso non potrebbe essere sostenuto dall’Erario. È necessario partire smentendo questo assunto perché l’abbattimento dei finanziamenti statali alla ricerca universitaria e all’università italiana in toto è frutto di una politica di tagli orizzontali e indiscriminati che mette a repentaglio non solo il sistema d’istruzione, ma l’intero impianto di welfare della Repubblica. In questi anni di battaglie contro le politiche governative abbiamo sempre gridato come la cosiddetta crisi globale non sia altro che una comoda scusa per distruggere il complesso di garanzie e diritti costruiti negli ultimi quarant’anni.

Ci si dimentica, tuttavia, della presenza, in Italia, di una norma (l’art. 34 della Costituzione recita “I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso”) che promuove il pieno diritto allo studio dei capaci e meritevoli, attraverso la concessione di borse di studio.

È interessante notare come l’interrogazione parlamentare ricalchi e faccia propri quei concetti di prestito d’onore e finto merito che hanno fornito il supporto ideologico alla propaganda governativa pro-Gelmini: dobbiamo smentire il Professor Ichino e famigliari, non è con l’aumento spropositato delle tasse e l’indebitamento a vita degli studenti meno abbienti che si favorisce il merito e si attiva l’ascensore sociale.

L’idea del prestito d’onore come proposto dai fratelli Ichino è inoltre un suicidio per il bilancio statale italiano: se con il sistema attuale le famiglie italiane faticano a mandare i propri figli all’università, come i dati di Almalaura presentati oggi sui laureati in Italia nel 2010 dimostrano (con più della metà degli studenti universitari italiani – le cui percentuali assolute rimangono risibili rispetto agli obiettivi europei- che si laurea nella provincia d’origine) come possono pensare di mettere un’ipoteca sul nostro futuro che non potremo mai riscattare?

Si comprende quindi come la soluzione proposta dai riformatori che si rifanno all’Osservatorio sull’Università del Gruppo 2003 (i promotori dell’interrogazione), inoltre, non farebbe altro che ridurre il numero di studenti che si iscrive ai corsi di studio, proprio alla luce dell’elevato costo della formazione universitaria (si pensi alle tasse universitarie, al costo dei libri, al vitto, agli affitti, etc.) e della crisi economica che incide sul libero accesso alla conoscenza.

Anziché occuparsi d’inseguire la destra sul terreno del liberismo, forse, i parlamentari dell’opposizione dovrebbero cercare di bloccare lo smantellamento del diritto allo studio, garantendo l’attribuzione dei fondi necessari a garantire la mobilità; contrastare l’endemica evasione fiscale del nostro paese, che già di per sé permetterebbe all’università italiana di ricevere i finanziamenti adeguati e soprattutto a tutte le famiglie con universitarie di vedersi attribuita una tassazione equa.

Il governo e i fratelli Ichino, probabilmente, non hanno prestato sufficiente attenzione alle pagine estere dello scorso Autunno: l’aumento britannico delle tasse ha provocato la più forte opposizione sociale dai tempi di Margaret Thatcher, mentre in Italia quest’autunno le piazze si riempivano di studenti che manifestavano contro la legge Gelmini, che aveva il solo effetto di aprire l’università ai privati. Rifiuteremo sempre un ritorno al passato, all’Università elitaria, che viene definito demagogicamente innovazione. Se il progetto dei governanti europei, per garantirsi la vecchiaia, consiste nell”ipotecare il nostro futuro, la risposta sarà la stessa, a Puerta del Sol come a Londra, a Barcelona come a Roma.