A Norman Zarcone, parresiaste di questi tempi bui.

A Norman Zarcone, parresiaste di questi tempi bui.

by / Commenti disabilitati su A Norman Zarcone, parresiaste di questi tempi bui. / 36 View / 16 settembre 2010

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Intervento di Alfredo Ferrara sulla tragica vicenda di Norman Zarcone.

 

“Compare, la libertà di pensare è anche la libertà di morire”

Norman Zarcone era un dottorando in Filosofia presso l’Università degli Studi di Palermo. Si era laureato con 110 e lode con una tesi in Filosofia del Linguaggio e dopo la laurea aveva partecipato al concorso di dottorato. Era risultato, dopo alcune rinunce, tra i cosiddetti “vincitori senza borsa”, cioè poteva svolgere il suo lavoro di ricerca e vederselo riconosciuto legalmente dall’Università senza però ricevere durante i tre anni di lavoro alcuna forma di retribuzione. Accettare questo tipo di collaborazione con l’Università significa svolgere sacrifici per tre anni, rinunciando dopo la laurea ad avere una vera e propria indipendenza, con la prospettiva di una carriera accademica. Prospettiva che in realtà in questi tempi di tagli all’Università ed alla ricerca non c’è.

 

Lunedì Norman si è tolto la vita perché si era reso conto che quei sacrifici non sarebbero serviti a niente e che alla fine di quel triennio l’Università gli avrebbe dato il benservito. Norman, come tutti noi, faceva parte di una generazione alla quale è stata venduta in astratto la flessibilità del mercato del lavoro come una grande opportunità per dimostrare le proprie capacità. Da più di dieci anni ci sentiamo ripetere la litania che precarizzare il mercato del lavoro ed adeguare ogni settore della vita civile alle leggi del mercato significa realizzare più mobilità e più meritocrazia. Molti di noi ci hanno creduto e molti di noi ci credono ancora, accettando condizioni di palese sfruttamento illudendosi che sia una situazione solo temporanea, che lo stanno facendo per dimostrare il proprio valore e che arriverà il momento che qualcuno lo riconoscerà.

 

Norman no. Lui ha capito tragicamente che alla fine di quel triennio si chiudeva una porta e non si apriva più niente, che quella condizione alla quale i nostri tempi lo avevano costretto non era passeggera, che avrebbe potuto continuare ad accumulare competenze ma che questo non gli sarebbe servito a conquistarsi la possibilità di essere padrone della sua vita. Ha capito tutto questo, non ha fatto niente per nasconderselo e si è sentito perso.

 

Il gesto di Norman ci ha svelato la falsità di quella litania sulla flessibilità e la verità sulla condizione di chi è costretto a subirne gli effetti. Norman ci ha parlato di questi tempi bui molto meglio di quanto possano farlo migliaia di libri, inchieste giornalistiche e talk show. Lo ha fatto in una maniera inequivocabile.

 

A noi, suoi coetanei, spetta raccogliere il suo grido non permettendo che si perda nel vuoto della collettiva indifferenza.