A chi conviene (ancora) il dottorato senza borsa?

by / Commenti disabilitati su A chi conviene (ancora) il dottorato senza borsa? / 219 View / 15 settembre 2014

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Il 30 luglio 2014 l’ANVUR ha reso noti i dati relativi all’accreditamento dei corsi di dottorato per il XXX ciclo. Si tratta, a ben vedere, della prima procedura intervenuta ad apparato normativo completo, dopo l’emanazione del DM 45/2013 e la successiva approvazione delle “Linee Guida per l’accreditamento delle sedi e dei corsi di dottorato” del 24 marzo 2014.

L’ottimismo dell’Agenzia, che si affretta a ritenere «conseguito il principale obiettivo dichiarato fin dall’inizio: un netto miglioramento dei corsi», andrebbe forse soppesato con una maggiore dose di cautela. Che ci sia stata una riorganizzazione della governance del dottorato italiano rispondente ai desiderata dell’ANVUR è indubbio, ma questa condizione non basta, da sola, affinché si possa parlare di miglioramento. Sarà necessario invece attendere qualche anno prima di poter stabilire se tale trasformazione si sia rivelata una scelta vincente. Il fatto è che la lettura dei dati sembra avallare più di qualche perplessità. In primo luogo, con i suoi 903 corsi accreditati, il XXX ciclo conferma la drastica riduzione dell’offerta dottorale provocata lo scorso anno dal DM 45/2013, quando – per soppressione e accorpamento – si era passati dai 1.557 corsi del XXVIII ciclo ai 919 del XXIX. In secondo luogo, l’obiettivo di un allineamento tra domanda e offerta di lavoro, costruito esclusivamente sull’adeguamento del dottorato alla realtà di un sistema produttivo debole e destrutturato, sembra essersi rarefatto. Il risultato è che solo il 2,87% dei corsi di dottorato del XXX ciclo risulta organizzato in collaborazione con imprese italiane, mentre è del tutto irrisoria la presenza di aziende dall’estero.

Ma un osservatorio privilegiato per la valutazione degli esiti di questo processo di accreditamento è probabilmente quello del dottorato senza borsa.

Il punto di partenza è il vincolo di copertura con borsa di almeno il 75% dei posti a bando, adottato dalle “Linee Guida” su indicazione dell’ANVUR. L’introduzione di questa misura – di per sé auspicabile – senza la necessaria previsione di una dotazione finanziaria aggiuntiva non poteva che risolversi in una gravissima emorragia di posti a bando. Tra il 2013 e il 2014, infatti, si è passati da 12.338 a 9.189 posti, con una diminuzione del 25,5%. Come era prevedibile e come era stato immediatamente denunciato dall’ADI (Associazione Dottorandi e Dottori di Ricerca Italiani), per soddisfare il vincolo del 75% le università hanno scelto la strada più semplice ed economica: agire sul contingente delle posizioni bandite piuttosto che aumentare le borse. Così, risulterà definitivamente compromessa la posizione dell’Italia, che già nel 2012 si attestava al terzultimo posto su 28 paesi europei per rapporto tra dottorandi ogni mille abitanti.

Va detto che provvedimenti come la copertura con borsa del 75% dei posti a bando, al pari del budget di ricerca per ogni dottorando introdotto dal DM 45/2013, sembrano in apparenza costituire altrettanti segnali di un’improvvisa quanto brusca inversione di marcia nelle politiche ministeriali per il dottorato, soprattutto rispetto ad altri due precedenti legislativi dal segno completamente opposto: la Legge 210 del 3 luglio 1998 (governo Prodi I), che introduceva il dottorato senza borsa sulla base di un vincolo di copertura di almeno il 50% dei posti a bando; e la stessa Legge 240/2010, che lo “liberalizzava” abolendo tale vincolo. Resta da chiedersi fino a che punto i policy maker abbiano computato e desiderato gli effetti di distorsione dei recenti interventi di miglioramento parziale delle condizioni di vita e di ricerca all’interno del dottorato. O se piuttosto tali interventi, scaricando deliberatamente i costi alla periferia del sistema, non siano stati funzionali a una strategia di ulteriore ridimensionamento del dottorato italiano – realizzando un nuovo meccanismo di controllo dei posti a bando dopo averne messo a punto uno per calmierare i corsi – in netta continuità con le dinamiche di compressione e tagli registrate a partire dal 2008 (cfr. IV Indagine annuale ADI su Dottorato e Post-Doc, la cui diffusione vi invitiamo, tra l’altro, a sostenere!). La particolarità di questa nuova gamma di provvedimenti consiste tuttavia nel riuscire a suscitare un maggiore livello di consenso perché in grado di stabilire collegamenti con le venature neo-corporative che attraversano in profondità il Paese e il suo sistema accademico, riassumibili nel concetto: “meno siamo, meglio stiamo”.

Rimaniamo invece convinti che in Italia non si debba rinunciare a rivendicare la centralità del ruolo della ricerca, che non si debba smettere di chiedere una ripresa degli investimenti in questo settore e che non ci si possa accontentare di interventi parziali, a intervalla insaniae, in cambio di una riforma di ampio respiro. La riprova del carattere strumentale dei recenti provvedimenti è la persistenza, in forma ulteriormente degenerata e priva di logica, del dottorato senza borsa. Il XXX ciclo bandisce 9.189 posti complessivi, di cui 2.049 senza borsa. Ciò vale a dire che se nel 2013 il livello di quanti non beneficiavano di un sostegno era pari al 42,8%, nel 2014 si è passati al 22,3%. Per rendere meglio l’idea, in ogni ateneo italiano avremo in media 113 posti a bando, di cui 25 senza borsa. E’ su questa esigua minoranza che continuerà ad accanirsi l’ipocrisia del doversi formare alla ricerca senza risorse. Sebbene possa darsi il caso che un dottorando vincitore di un posto senza borsa riceva in seguito un finanziamento, l’esperienza di questi quindici anni ha dimostrato come una simile eventualità sia rimasta troppo spesso occasionale, sensibile alle differenze territoriali e soggetta alla diversa capacità dei settori disciplinari di reperire risorse esterne. Lo stesso Rapporto ANVUR mostra come, nel 2013, solo l’1,5% dei dottorandi senza borsa ha beneficiato di un assegno di ricerca e il 4,9% di una copertura derivante da altre risorse. In sostanza, la cambiale con cui in questi anni le Università hanno promesso ai “senza borsa” una forma successiva di sostegno economico è risultata largamente in bianco. Queste considerazioni non autorizzano forse a considerare definitivamente fallito il tentativo – in atto sin dal 1998 – di aumentare il radicamento del dottorato italiano facendo del posto senza borsa lo strumento per meglio adattarlo alla dinamica dei finanziamenti esterni?

Senza considerare che anche sui dottorandi senza borsa del XXX ciclo continuerà ad abbattersi cocciutamente l’urto di una tassazione iniqua e ingiusta. Di questo gettito – sempre in media, poco più di 18.000 euro per ateneo – gran parte delle università hanno mostrato di non volersi privare, perché interessate alla realizzazione di misere economie di sussistenza con cui finanziare le spese di funzionamento dei corsi di dottorato e, persino, il budget di ricerca garantito a ogni dottorando, compresi chiaramente i borsisti. Piccolo cabotaggio insomma. Altri atenei – uno su tutti l’Università del Salento – su spinta dell’ADI hanno invece deciso di aprire la via, cominciando ad aggiungerci i pezzi mancanti: rimborso delle tasse imposte ai senza borsa.

Non rimane allora che chiedere ad ANVUR e MIUR di riscattare il senso dei recenti interventi sul dottorato gettando davvero le prime, solide basi per un “netto miglioramento dei corsi”: il superamento del dottorato senza borsa finanziando la copertura totale dei posti banditi e la cancellazione delle tasse di iscrizione e frequenza ai corsi.

Antonio Bonatesta

Segretario nazionale ADI – Associazione Dottorandi e Dottori di Ricerca Italiani