A che serve l’università? Lettera a Feltri

by / Commenti disabilitati su A che serve l’università? Lettera a Feltri / 3793 View / 16 agosto 2015

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Gentile Vicedirettore Feltri,

stavolta a risponderLe è direttamente quella generazione di studenti che prima sono stati definiti “bamboccioni”, “choosy”, “generazione senza futuro, i destinati ad essere precari” e, infine, riassumendo in un termine le Sue parole, i “viziati”.

Innanzitutto, smentiamo categoricamente che la maggior parte di noi studia “ciò che piace”, soprattutto considerato il trend degli ultimi anni: questa idea, infatti, si scontra con la realtà dei fatti, in cui studiare è diventato un lusso di pochi, come d’altronde specificato anche da Lei nei due articoli su Il Fatto Quotidiano (http://goo.gl/JHf6JR e http://goo.gl/JTKcux).

Anche i dati lo confermano: negli ultimi dieci anni, vi è stato un calo di 45mila iscritti alle Università solo nel Meridione.

Altri dati ci pongono di fronte al fatto che fino all’anno scorso il numero degli idonei non beneficiari aumentava esponenzialmente, ma quest’anno, in queste settimane di prime iscrizioni al nuovo anno accademico, registriamo i primi e numerosi casi di tantissimi studenti che non potranno nemmeno presentare la domanda di borsa di studio, proprio a causa dell’aumento dei valori degli indicatori dovuto alla riforma dell’ISEE del Governo Renzi.  

Per tali ragioni, ci piacerebbe se qualcuno si interrogasse dei bisogni e delle impossibilità delle future matricole, piuttosto che aprire un dibattito “salottistico” e “sondaggistico” su studi umanistici sì e studi umanistici no.

 

La situazione delle Università italiane è complessa e sotto attacco su più fronti, ma, nell’approccio alle possibili soluzioni, il quadro analitico di riferimento di molti non guarda al  ruolo centrale che potrebbero avere i luoghi della formazione e le università nel prospetto socio-economico italiano e mondiale.

 

Fermo restando che già altri prima di noi (qui, qui e qui) hanno posto la questione legata al valore dello studio citato e al fatto che i dati sono stati utilizzati in maniera totalmente strumentale, decontestualizzandoli, il tema introdotto è a noi molto caro. Partiamo dal presupposto che non crediamo in alcun modo ci possa essere una distinzione manichea tra sapere scientifico e sapere umanistico: questa, infatti, ha un sapore retrogrado, come se secoli di cultura non ci avessero messi davanti alla realtà che essi si compenetrano vicendevolmente in un connubio indissolubile, influenzandosi e valorizzandosi. Non è il caso di introdurre una guerra tra saperi, classificandoli sulla base di discutibili parametri economicisti e riducendoli al mero utilitarismo. Queste idee sono state alla base delle politiche di definanziamento dell’istruzione pubblica e della distruzione dello stato sociale in senso più ampio, negli ultimi anni a suon di “con la cultura non si mangia” (citando Tremonti nel 2008): tutto ciò che non porta ad un guadagno immediato va eliminato e non ha valore interrogarsi sulla natura delle cose, sul loro significato e sul ruolo che possono ricoprire all’interno della nostra società.

Sparare a zero sui saperi umanistici, sostenendo fondamentalmente che essi rappresentano un costo per la collettività e che producono un esercito di disoccupati e di redditi bassi, è il peggior modo di affrontare una serie di questioni sociali che dovrebbero essere all’ordine del giorno nel nostro Paese: una su tutte, la totale mancanza di prospettive di investimento reale sui temi della cultura.

Ci sembra paradossale un articolo come il Suo in un Paese tra gli ultimi in Europa per numero di laureati e con un tasso di disoccupazione giovanile altissimo. Ci sembra paradossale poiché non ci si interroga in alcun modo sul tema e le sue problematiche. Non crediamo, in verità, che questa massa di disoccupati sia formata solo da persone che si sono iscritte a corsi di laurea di area umanista. Sarebbe stato più onesto un discorso legato alle prospettive dell’occupazione nel nostro Paese, magari anche con un occhio di riguardo nei confronti del settore, per esempio, del nostro patrimonio artistico e culturale, quello sì, eccessivamente precario, definanziato, e lasciato a sé stesso.

Lei paragona la scelta di un percorso formativo ad un investimento economico, inquadrandola come una vera e propria scelta di consumo in funzione di uno sbocco professionale che questo può offrire.

Al netto del fatto che noi pensiamo che invece l’Università debba essere un laboratorio per la  creazione di nuove “scuole di pensiero”, di nuovi modelli,  di strumenti di produzione e di sviluppo, anziché strumento di normalizzazione del presente, pensiamo altresì che oggi dobbiamo interrogarci a proposito del nesso formazione-lavoro, problematizzandolo, a partire proprio da un’idea di Università alternativa a quella attuale.

Non vogliamo che il mondo universitario diventi uno spazio di riproduzione delle diseguaglianze sociali già presenti nel mondo del lavoro e nella nostra società, ma allo stesso tempo riconosciamo la necessità di una discussione complessa e complessiva su come questi due mondi possano comunicare tra di loro senza generare manovalanza a basso costo e sfruttata attraverso stage e tirocini non retribuiti, come invece, forse Lei non lo sa, ad oggi accade, soprattutto nelle facoltà umanistiche.  

Sebbene oggi l’occupabilità è maggiore per chi ha un titolo di studio sempre più qualificato, l’accesso al sapere universitario ha tuttavia perso proprio la natura essenziale e il valore di emancipazione sociale e di livellamento che rappresentava un tempo, determinando la possibilità di riscatto sociale di chi parte da situazioni economicamente svantaggiate (“anche l’operaio vuole un figlio dottore”). Inoltre, pur guardando alle percentualli di accesso al mondo del  lavoro a uno o a cinque anni dal conseguimento del titolo, è impossibile non ragionare in termini concreti sulle tipologie contrattuali sempre più precarie che il neo-laureato si trova davanti.  

Stiamo tornando ad una dimensione scolastica e universitaria sempre più elitaria, classista, escludente.  

L’approccio alla discussione operato da Lei invece, ci sembra più una discussione fatta sfogliando un catalogo dell’Ikea per scegliere quale prodotto comprare.

 

In risposta alle prime contrarietà avute a seguito del suo primo articolo sul tema lei ha affermato “Studiate quello che vi pare, ma poi sono fatti vostri”. Le parole da lei utilizzate con tono sprezzante e paternalistico rispecchiano alla perfezione il regime culturale che ha incorniciato e legittimato le politiche sociali degli ultimi anni: ciò che resta dei nostri diritti è pura concessione in un mondo sempre più settario, individualista e tecnocratico. Secondo quanto affermato da Lei, lo Stato dovrebbe venire meno alla propria funzione di garanzia e di tutela della collettività rispondendo esclusivamente ad imposizioni tecniche, economiche, ma non politiche.   

Siamo stanchi di tutta questa retorica sul nostro futuro, sulle nostre vite, già precarie a causa di scelte totalmente inappropriate, e sui nostri bisogni materiali e immateriali. Sarebbe ora di tornare a parlare con noi, prima di sparare sentenze inadeguate, lasciando il paternalismo a chi ha distrutto e continua a distruggere le nostre scuole e le nostre università!

A proposito del rapporto generazionale e dei mutamenti storico-politici, le ultime vicessitudini, le parole fatalistiche di Feltri mirate a distruggere qualsiasi speranza, desiderio, ambizione da riporre nella conoscenza e nella formazione individuale e collettiva,ci hanno fatto tornare alla mente un passo de “Le lettere Luterane” di PierPaolo Pasolini “Siamo belli, dunque deturpiamoci” che troviamo molto attuale, soprattutto nel rapporto pedagogico che esisterebbe tra le passate e le nuove generazioni in un mondo sempre più rispondente solo a logiche di profitto, in particolare tra “i destinati ad essere morti” e gli attuali giovani. Ne citiamo alcuni passi:

Vorrei invece soffermarmi su tre punti privilegiati del loro insegnamento pragmatico (e dunque tanto facilmente assimilabile. (..) Essi ti insegnano: primo, la rinuncia: rinuncia resa assoluta, abitudinaria, quotidiana dalla mancanza di vitalità, che in essi è un dato di fatto reale, fisico, ma che in altri (come in te), può essere una tentazione (..). La seconda cosa che i «destinati a morire» ti insegnano è una certa obbligatoria tendenza all’infelicità. Tutti i giovani di oggi – tuoi coetanei – hanno l’imperdonabile colpa di essere infelici. (..) La terza cosa che ti viene insegnata dai «destinati a morire» è la retorica della bruttezza.  I «destinati a essere morti» non hanno certo gioventù splendenti: ed ecco che essi ti insegnano a non splendere. E tu splendi, invece, Gennariello.  PierPaolo Pasolini