2010-2020. Ancora liberi di solcare il mare

by / Commenti disabilitati su 2010-2020. Ancora liberi di solcare il mare / 265 View / 15 maggio 2020

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Passo in rassegna i volti a uno a uno, la piazza universale delle donne e degli uomini che porto con me verso un altro mondo. Un singulto squassa il petto, sputo fuori il groviglio. Fratelli miei, non ci hanno vinti. Siamo ancora liberi di solcare il mare
[Luther Blisset – Q]

 

E’ il settembre del 2008, l’estate giunge a conclusione dopo un’amara sconfitta dell’Italia ai quarti di finale degli europei con la Spagna. Qualche settimana prima viene emanato dal IV Governo Berlusconi il decreto-legge 133, che taglierà un miliardo e mezzo di euro all’università, e qualche giorno più tardi la banca d’affari Lehman Brothers annuncerà bancarotta, il primo sintomo di una crisi economica che attraverserà tutto il mondo di lì a poco.

 

Dal collasso del sistema economico, una serie di de-forme portarono al collasso anche il sistema universitario. Dalla Riforma Moratti, alla Riforma Gelmini e Tremonti, ai tagli lineari di Monti, governi di ogni colore hanno determinato “la fine del Sessantotto” e il ritorno a un’università chiusa, elitaria e inaccessibile: sotto il leit-motiv dell’austerità e dei vincoli di di bilancio, l’università pubblica è stata spogliata e impoverita.


Ma le studentesse e gli studenti decisero di non accettare quella realtà, e di riappropriarsi delle università, politicamente e fisicamente. Le strade, le scuole e le università di numerosi paesi cominciano a riempirsi con cortei, scioperi, sit-in, blocchi della didattica e della produzione materiale e immateriale: è l’inizio di un grande ciclo di movimento su scala transnazionale, con milioni di studenti e lavoratori in piazza, contro le scellerate politiche neoliberali, contro gli effetti di una crisi che come un machete si vorrà abbattere sul futuro di una generazione intera.

L’Onda, il movimento studentesco, scandirà lo svolgersi di quell’autunno, provando a invertire la rotta e impedire la trasformazione e l’involuzione neoliberista dei luoghi della formazione e del sapere accademico, nel tentativo di immaginare e praticare un’altra Università e un’altra società possibile, in cui liberare la conoscenza dalle catene del profitto e metterle al servizio del benessere collettivo, dell’eguaglianza materiale, della liberazione individuale e universale.

 

E’ da quelle radici che un autunno più tardi quattro basi confederali dell’Unione degli Universitari e alcuni collettivi e realtà universitarie locali provenienti da diverse università e diversi contesti, come lo storico Sindacato degli Studenti di Padova o Studenti Indipendenti di Torino, avvieranno una fase di costruzione di Link – Coordinamento Universitario, che culminerà il 14 e il 15 maggio 2010 con il congresso fondativo della prima organizzazione studentesca che potesse rappresentare uno spazio comune d’incontro tra tutte quelle realtà studentesche che si riconoscevano nei principi di autonomia, vertenzialità, rappresentanza e conflitto; la casa dei sindacati studenteschi e dei collettivi universitari del paese che volevano abbracciare un’idea nuova di Università e di Società.

 

 

Ed è su quella spinta che un pugno di sognatori si accinse a solcare altri mari, costruendo e prendendo parte a una seconda ondata di scioperi e proteste che animarono quella stagione, impedendo che un disegno di legge criminale come la Riforma Gelmini potesse sancire chi doveva pagare la crisi, chi doveva rinunciare al proprio futuro e chi avrebbe dovuto prendere le decisioni: i tagli all’Università e al Diritto allo studio, la precarizzazione dei ricercatori, la privatizzazione degli organi di governo, il restringimento degli spazi di democrazia interna, infatti, non rappresentarono solo un’ipoteca sul futuro di milioni di persone, ma soprattutto il chiaro compimento di un progetto di società e di università che ci voleva totalmente asserviti alle logiche della competitività e del profitto, degli interessi delle imprese, anche rispetto a ciò che studiamo, dell’inasprimento dei meccanismi di valutazione e punizione, della colpevolizzazione individuale per i propri insuccessi, la maschera delle disuguaglianze calate dall’alto. Una trasformazione decisiva che avrebbe modificato in profondità i modi in cui vivere ed attraversare l’Università.


Trasformazioni con cui dieci anni dopo facciamo ancora i conti, che abbiamo combattuto e continuiamo a combattere, costruendo partecipazione e protagonismo studentesco, alleanze con la comunità accademica, i dottorandi e i ricercatori precari, organizzando la rabbia e immaginando assieme agli studenti e alle studentesse proposte e mappe per un nuovo mondo: un’altra idea di università
, una proposta di legge sul diritto allo studio per permettere concretamente a ciascuno di poter studiare, una formazione che sia realmente tale e non mero sfruttamento, palestra per un futuro sempre più incerto e precario. Era giunto il momento di rovesciare il soggetto dell’azione, di tornare a decidere noi sulle nostre vite, e alle riforme scese dal cielo di una politica sorda alle nostre istanze contrapporre la concretezza dei nostri bisogni: dopo anni di diritti calpestati e di futuro negato eravamo noi a fare le riforme, a discutere, proporre e depositare una legge su come trasformare radicalmente il diritto allo studio e l’accesso all’università, “All in! Per il diritto allo studio”, aumentando sensibilmente la platea di coloro che hanno diritto alla borsa e permettendo alla totalità della popolazione studentesca di accedere alle residenze e alle mense universitarie.

Un lavoro di resistenza e di lotta alle trasformazioni neoliberali dell’università e della società che passo dopo passo ci ha permesso di conquistare importanti vittorie per la collettività: l’istituzione di una No Tax Area, l’innalzamento delle soglie di reddito per il diritto allo studio e la copertura totale degli idonei non beneficiari di borsa di studio in quasi tutte le Regioni, come primo traguardo verso un’Università gratuita e accessibile a tutte e tutti; l’aumento del numero di borse di specializzazione medica e la recente istituzione dell’abilitazione medica con la sola laurea in medicina, verso un diritto alla salute per tutte e tutti.

 

Un altro fronte di opposizione si è costruito contro il processo di aziendalizzazione a cui la Riforma Gelmini diede forte impulso: sottoposta a processi di valutazione basati sui concetti di eccellenza e qualità, non solo l’Università pubblica ha subito un forte de-finanziamento, ripartito sulla base di quote premiali, ma anche una forte sperequazione negli e tra gli Atenei. Proprio quel processo causò la creazione di Atenei di serie A e di serie B, e di conseguenza, la divisione tra studenti meritevoli e meno meritevoli di poter proseguire nei propri studi. Contro questa logica distorta e dannosa abbiamo portato avanti, e continuiamo a farlo, le nostre lotte per un’Università libera da divisioni interne e da concorrenza, per ridare la stessa dignità a tutti i saperi in tutte le loro forme.

 

Negli anni abbiamo imparato ad affrontare la rappresentanza studentesca, colmando il vuoto di politica che c’era e c’è negli organi accademici,  abbiamo utilizzati  diversi  mezzi che ci sono messi a disposizione portando le nostre battaglie non solo nelle piazze ma anche negli organi accademici.  Negli anni abbiamo imparato a solcare le piazze in maniera creativa, ma anche ad avventurarci nelle competizioni elettorali: Link decise di percorrere nuovi spazi, e candidarsi alla rappresentanza nazionale, per trasformarne le regole e affinchè anche questa fosse un mezzo per costruire vertenza dal basso, per ribaltare lo stato di cose esistente, con ancora oggi studenti e studentesse eletti da ogni collegio in Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari, oltre a numerosissimi rappresentati degli studenti nei Senati Accademici e nei Consigli di Amministrazione dei maggiori atenei italiani.

Cambiare l’Università e cambiare il paese: è anche nella lotta e nelle rivendicazioni sociali, nelle battaglie contro ogni forma di discriminazione, contro ogni sfruttamento sull’essere umano e sull’ambiente, per una società solidale e antirazzista, antifascista e transfemminista, che in dieci anni abbiamo provato a ridare centralità a una generazione intera tagliata fuori da ogni decisione; è attraverso le lotte per il lavoro, per i diritti e per un welfare universale, che abbiamo continuato a far sentire le voci di milioni di studenti e studentesse – costantemente insultati come “choosy” e fannulloni, quando invece ci era stato rubato il presente e il futuro – protagonisti del cambiamento e del proprio futuro, e che non avrebbero dovuto rinunciare a diventare insegnanti, avvocati, medici, archeologi e così via.

 

Se a vent’anni scendere in piazza a lottare per un futuro migliore è quasi un obbligo o un dovere, quando ne hai dieci la curiosità per il mondo là fuori è ancora tanta, e non puoi fare a meno di tuffartici dentro, capire quei fenomeni sino alla radice, senza stancarti mai di indagarli, comprenderli, criticarli, continuando, a chiedere e a chiedersi “perché?”. Ed è con la forza di un bambino che ha solo dieci anni che la nostra organizzazione è andata avanti, non stancandosi di andare avanti e crescere, mettendosi a disposizione di chi ne aveva bisogno, provando a darsi e a dare una spiegazione del mondo, della società, dell’università e dei meccanismi le muovono, immergendosi nelle varie fasi storiche che abbiamo attraversato, leggendole ogni volta con lenti d’ingrandimento diverse. E’ con la forza di chi a dieci anni vuole essere tutto che siamo ancora qua, senza aver mai perso la capacità di stare nel movimento e dargli ossigeno (che sia femminista o ecologista, globale o locale) e allo stesso tempo senza mai smettere di costruire vertenza e partecipazione dal basso, organizzando la lotta e usando la rappresentanza e la mobilitazione come strumenti necessari al rovesciamento dello status quo, la conoscenza come motore di sviluppo del paese.

Dieci anni dopo, c’è ancora bisogno di noi. Dieci anni dopo sono ancora tempi di crisi, ma all’interno di una situazione totalmente nuova, difficile e imprevedibile rispetto a tante altre già viste, che ci costringe a mettere in discussione le modalità, le pratiche e gli strumenti con cui agire. L’emergenza “covid-19” e la crisi economica che ad essa conseguirà prospettano uno scenario in cui, ancora una volta, a pagare saranno i più deboli, i giovani precari, i disoccupati, i migranti, in cui i diktat della classe imprenditoriale e delle istituzioni finanziarie penderanno come una spada di Damocle sulla testa di milioni di persone, con impatti fortissimi sulle vite di tante e tanti.

Da mesi oramai lavoriamo per costruire risposte collettive agli effetti della pandemia, chiedendo tutele per studenti e studentesse, lottando contro il digital divide, rivendicando e ottenendo maggiori fondi a università e diritto allo studio, per evitare il crollo delle immatricolazioni e un massiccio abbandono degli studi universitari. Reinventandoci, ma senza abdicare al nostro ruolo. 

Dopo dieci anni di tagli, di austerità, di politiche che hanno distrutto l’università italiana, dopo dieci anni di lotte, di rabbia e sudore, arriva un primo segnale di rifinanziamento del sistema.

Il mondo come lo conosciamo è di fronte a un inevitabile e significativo cambiamento, ma, forti della convinzione che ci ha guidato sino ad oggi, l’Università e l’istruzione hanno ancora un ruolo fondamentale nella costruzione di una società migliore in cui vivere, in cui crescere  e tutelare il benessere individuale e collettivo. Il ruolo che dovremo avere è molto chiaro: l’università non sarà più la voce di bilancio da cui drenare risorse, ma dovrà assolvere al proprio ruolo sociale, formando cittadini oltre che laureati, diffondendo la conoscenza e la cultura, affiancando e incidendo nelle scelte della politica producendo nuovi saperi e strumenti che possano migliorare la vita delle persone ed erodere le disuguaglianze che ancora esistono. Nella ricostruzione post coronavirus bisognerà partire da tutto questo.

 

La pandemia se ne andrà ma le macerie resteranno, e allora dovremo prepararci a tornare a scendere in piazza, con dieci anni in più, tanta maturità acquisita, ma la stessa inarrestabile voglia di assaltare il cielo sulla quale eravamo germogliati. 

 

Un’altra volta,
un’altra onda.